I moduli calcistici di Bergomi e la critica letteraria di Barthes. E della necessità della queste.

maggio 27, 2013  |  FIN'AMOR  | 


 

 

La scorsa settimana ho passato molto del mio tempo con un giornalista inglese, David Winner. Scrive di calcio, in modo  preciso e platonico. Alcuni esteti direbbero “vago”, che non significa però banale o inesatto. Significa, e solo in parte, de lohn, di lontano. Scrive senza volerne scrivere. Scrive volendo scrivere del resto. Scrive del resto volendo scrivere di quello. E’ una tecnica descrittiva sublimante (che si ottiene in due modi: così e con la precisione al microbo, sempre di distacco si parla).

 

Ho fatto da interprete ad alcune delle sue interviste ad alcuni calciatori italiani: Bergomi e Ferri. Non ne farò tanta poesia. E’ stata un’esperienza equiparabile a solamente un’altra protratta e reiterata in vita mia: la critica letteraria. Ma con la letteratura c’ero maledettamente dentro, fino al collo. Col calcio, no. Per niente.

Ho sempre dato al calcio un onere e un onore: l’insopportabile pesantezza del pour parler (al fuori gioco/rigore/calci d’angolo/fallo/favore abritrale dopo partit); il merito di far sembrare gli uomini tutti dei piccolo bamboccetti quando si parla di squadra del cuore. Il che intenerisce.

Essere dentro a qualcosa significa che a malapena ti rendi conto di quando l’assurdo si verifica. Ogni volta che si è dentro qualcosa bisognerebbe, almeno ogni 60 minuti, uscirne per 5 minuti e chiedersi: sto veramente dicendo che l’atto di scagliare la penna contro lo scarafaggio è correlativo oggettivo “psicologico” di un episodio biografico che si individua in Kafka in “Lettera al padre”?

Lo sto dicendo? Sono consapevole delle conseguenze di quello che dico? Sono consapevole delle conseguenze per il mondo?

 

 

Una mia compagna di università un giorno decise che queste ragioni, ovvero il pour parler analitico e a volte inutile (e le occorrenze) erano sufficienti ragioni per smettere di studiare la critica e per cominciare a parlare di altro.  Che, insomma, l’amore per la letteratura era tale che se ne poteva fare a meno. Anche perché, una volta entrati nel meccanismo dell’artificio retorico, si finisce per sentire di poter parlare di tutto anche non avendone nessuna conoscenza, ma solo perché si conosce bene l’arma che si tiene in pugno – che poi il bersaglio sia nascosto, o diverso da come sembri, è un altro discorso.

Mentre parlavo con David, ho capito che ci sono meccanismi che possono essere applicati anche al calcio. Per dire: lui stesso si giustificava, dietro questa sua scelta estetica di parlare di tutto il resto (l’antropologia, la filosofia, gli episodi biografici, la vita, la cultura di un certo tipo di calcio, di un certo calciatore ecc) dicendo “in molti dicono che non dovrei fare quello che sto facendo: ma solo vedere e analizzare il calcio per il calcio, il gol nel gol, ecc”. Proprio come fu la scuola di analisi letteraria di Barthes e Genet, della narratologia, che tagliava il cordone della (molto italiana e crociana e desanctisiana ) critica storicistica – quella che di un autore studia tutto, dai problemi con le donne alla dieta bilanciata – per studiare e analizzare solo la parola e la tecnica. Lo strutturalismo.

 

Sono concetti che non ho più nemmeno così freschi.

Mentre intervistavamo Bergomi, capivo i moduli calcistici, in teoria e un sacco di altra roba (e scherzando Bergomi mi diceva “sei pronta per allenare”) Ma in pratica: chi s’è mai visto una partita? O meglio. Chi si è mai vista una partita con quegli occhi. Io comunque guardo una partita sempre con gli occhi di una che prova attrazione fisica per i calciatori.

Lateralmente, ho capito anche una cosa: che l’amore corrisposto non è amore, ma un’affinità e nemmeno delle più raffitamente elettive. E questo è stato frutto di considerazioni legate a tutta la settimana scorsa. Perché poi per me è sempre tutto legato: l’amore, l’astrazione, il de lohn, il bovarismo, la cristallizzazione, la necessità, la sublimazione, la poesia (e il pulp: “Quello che ami e quello che ti ama non sono mai, mai la stessa persona”). Ma ci vuole anche l‘impossibilità. E la queste   - cerco una citazione di Franco Ferrucci che non troverò mai, ma ci sarebbe stata bene, qui, con la queste (la consideriamo una metacitazione, ok?)

Comunque sento che quando cominceremo a sublimare la stupidità senza però finire nel postmoderno e nemmeno nella naivité riusciremo a dare una principale a questa frase.

 

Un medico di campagna (racconto pornocomico fantasy metafisico anticlericale di provincia al femminile)

giugno 11, 2013  |  TOURING  | 

 

 

“Dottore ho una pallina in gola, qui, sotto la lingua”

“Mi faccia sentire….”

“Signorina, mi scusi, sarò diretto. Quanti anni ha lei?”

“16”

“ecco, credo che questa “PALLINA” sia in verità un’ernia”

“un’ernia?”

“sì. Lei sa che cosa è un’ernia?”

“no”

“allora, guardi, adesso le faccio un disegno. Vede qui, in questo punto”

“sì”

“ vede questa è una cavità: se si fa troppa pressione che cosa succede?”

“si rompe”

“nel caso dell’ernia non si rompe, ma esplode. Cioè non esplode ma fuoriesce. E non è nel punto giusto”

“Ho un’ernia in gola?”

“sì”

“e..cosa..”

“ora: glielo dico molto chiaramente signorina. E’ una cosa di una rarità assoluta, che nemmeno le professioniste più consumate nel settore mi sono arrivate con”

“Professioniste? Io studio”

“Ecco, sono un po’ in imbarazzo tenendo presente della sua giovane età. Io potrei essere suo padre”

“…”

“dico, nella mia vità di medico di campagna mi è capitato una o due volte una cosa del genere. Ed erano, erano, erano, ecco: donne”

“anche io sono donna, cioè ragazza”

“In pratica, questa cosa succede quando si mette qualcosa in bocca, e si spinge molto, molto, molto e fin troppo fino a che eccola l’ernia”

“non capisco”

“lei si spinge qualcosa in gola con una certa violenza?”

“no, non personalmente”

“cioè insomma, qualcun altro diciamo le spinge qualcosa in gola con una certa violenza”

“no. Cioè mi è capitato una volta. Facevo un pompino al mio ragazzo. Purtroppo non posso fare altro perché ho deciso che non voglio comunque – così dicono – rinunciare alla mia virtù prima del matrimonio essendo che – ecco – io sono cattolica e poi dicono che un uomo se ne accorge se non sono più vergine, violata ecc. Il problema del mio ragazzo è che è un po’ violento quando si avvicina il momento dell’orgasmo, ma insomma, io lo capisco eh, ci sono cose che uno non riesce a controllare”

“beh, no, non è così. Un po’ di maniere, si controlla eccome”

“sì ok, ma a me piace così, anche se fosse”

“ma le fa male, guardi che l’ernia si trasforma in neoplasia”

“ e comunque le dicevo. Siccome veramente a volte ho rischiato di S.O.F.F.O.C.A.R.E. abbiamo deciso di adottare una specie di parola, parolina di controllo. Una di quelle che, ecco, ti fermi se stai andando troppo oltre. L’abbiamo visto in un film….”

“sì. Ma se durante l’atto.. ecco non si può parlare”

“sì lo so. Infatti poi la prima volta che abbiamo provato con la parolina di controllo…”

“che è… che parola era?”

“ghiaccio”

“ghiaccio?”

“sì…poi quando lui insomma ecco stava per venire, io volevo, eh, io volevo dire GHIACCIO. Ma non ce l’ho fatta. Perché avevo in bocca il suo cazzo.”

“così, per parlare per eufemismi, una timorata di dio. Ma dov’è il buon valore della provincia?”

“provincia?”

“sì, io sono nato in città e mi avevano detto altro, della provincia”

“ Vabbè. Ma vado a messa. E comunque. Così, non riuscivo a parlare e ho pensato: l’unica è provare con l’alfabeto muto, quello dei gesti.”

“sì: grande capacità di risolvere i problemi”

“Sì questo me lo dice sempre anche il mio ragazzo.”

“che si chiama?”

“non glielo posso dire perché è già fidanzato ufficialmente da molti anni con un’altra donna”

“già, che sciocco”

“Stavo dicendo: solo che, di fatto non tutte le lettere si possono fare solo con le mani”

“certo, la “G” ti tiri l’orecchio come quando fai gli auguri, no?”

“sì”

“…eh, quindi?”

“Stavo soffocando e non potevo limitarmi a GHIACCIO, ma dovevo pure bestemmiare all’inizio. Non solo dire GHIACCIO”

“ma il buon Gesù? Al Catechismo ve le fanno dire le bestemmie?”

“Stavo soffocando, l’avrebbero capito sia Gesù sia madre Ugolina ” – “quindi, comincio scuotendogli la spalla con la mano, al mio ragazzo, con una spinta. E poi vado di alfabeto.

P.

O.

R.

C.

O.

SPAZIO

“come lo fa lo spazio?”

“così, come se dovessi tagliare l’aria in orizzontale”

“certo”

x.

x.

x.

SPAZIO

G.

H.

I.

A.

C.

C.

I.

O.

Ma non sono arrivata alla fine, non sapevo come fare la G, e poi la H. Quindi in quei cinque secondi mi ha dato l’ultima botta. Sono sopravvissuta”

“signorina.”

“Sì”

“Mi faccia vedere un attimo se ha le placche”

“ok”

“ok, mi sembrava un’ernia ma mi sbagliavo: è una tonsillite. Che antibiotico prende di solito?”

“il panacef”

“Prenda il Panacef ogni 8 ore. E stia attenta al resto, quando comincia col permesso del Signore le ernie vengono da altre parti”.

 

 


Il migliore dei mondi possibili è su Twitter (dell’anarchia del web e dell’Imu ecc)

maggio 7, 2013  |  Pillola del suicidio  | 

 

 

 

 

Dopo un po’ di ritardo arrivo anche io sull’anarchia del web, ma non per parlare dell’anarchia del web in sè, ma della retorica. E certo, scrivere per parlare di retorica è un atto di coraggio.

Le discussioni sull’anarchia del web sono partite da un’intervista a Laura Boldrini, e sono sfociate in tonnellate di tweet e post che si basavano su chili e chili di aria fritta. Boldrini ha parlato di aria fritta. A ruota l’hanno seguita opinionleader, opinionisti, opiniontweetmaker e via dicendo (notate che non ho parlato di giornalisti). Perché da dire “anarchia del web” a “censura” ce ne passa: ci passano almeno 9 milioni di casi specifici, 9 milioni di analisi, 9 milioni di considerazioni (e non da bar) sui commenti, sulla democrazia del web (parliamone), sull’anonimia/ pseudonimi del web (che più o meno non esiste, si risale a tutto). E perché no? anche sulle violenze fisiche e verbali nel confronti della donna. E’ vero che una parola generica come “anarchia del web” altro non poteva generare che ruote e ruote di opinioni.

In ogni caso: Morozov citato in tutte le salse – come se fosse l’unico teorico del web. Morozov dice questo e Morozov dice quello. Voglio un altro pensiero di Morozov. Voglio citare Morozov come Oscar Wilde. Ci sarà un momento in cui citare Morozov sarà come dire che del doman non v’è certezza, e verrà piazzato sulle lattine di coca cola. E io non vedo l’ora che arrivi questo momento, sono la prima a supportare il genio di Morozov.

Citiamone un altro, e parliamo di slacktivism (io ho letto qualche saggio di Geert Lovink a proposito). Lo slacktivism è la partecipazione sui social priva di significato, di facciata: la condivisione basata sui titoli, per dire, senza aver letto niente. Così gli altri pensano che siamo persone interessate alla politica, che supportiamo delle cause ecc. In verità no, lo diamo solo a vedere. Per me lo slacktivism è anche questa strana forma di populismo che sta impazzando sui social: la discussione facile. Anni e anni di pratica per portare la discussione fuori dai bar, e poi farla rientrare in 140 caratteri? Eh no. Non funziona così. In questo tranello (che è lo stesso tranello teso dall’IMU, io non ci voglio cadere).

La mia filosofia è che il mezzo non è il messaggio. Il mezzo non è il messaggio quando tutti i mezzi vogliono portare lo stesso messaggio: allora non fa differenza. Non c’è differenza tra online e offline se c’è già stato il telefono di mezzo che ha cambiato tutti. La differenza è nei modi. E il pressapochismo è pressapochismo qualunque sia il mezzo.

 

Tutto questo strabordare di idee mi fa pensare che si stia sempre di più allargando la forbice tra discussioni intellettuali, sempre più intellettuali, e discussioni popolari sempre più popolari. E che le une, per avvicinarsi alle altre, non sappiano fare altro che regalare sensazioni. E io non ho idea di come se ne possa uscire, ma mi sento una cosa: mi chiamo fuori dal modus. E me ne chiamo fuori con un certo orgoglio.

 

Pensavo che dovrei essere figlia dei miei tempi, e forse dovrei adattarmi a tutta questa retorica (motivo per cui sono tenuta a una giustificazione e a un post sul mio blog, prima che sia troppo tardi). Sic et simpliciter: I can’t.

 

(((Tra le righe: Sono andata al Festival del giornalismo e ho visto Facci lanciare cartine a Travaglio, a cena. Ho assistito a quintali di tribune politiche televisive, di discussioni su Twitter durante la campagna elettorale. Sono stata coinvolta in una discussione in cui si criticava Luca Telese per il fallimento di Pubblico a colpi di 140 caratteri (e lui si difendeva con altri 140 caratteri). Ho assistito a una campagna elettorale basata sulla’IMU, nell’irresponsabilità totale di alcuni (politici, giornalisti) che invece di spiegare un po’ di (ehi, sei matta) FATTI per evitare l’astensione  agivano con la spada dell’endorsement (e il do ut des). Sono stata presidente di seggio in una piccola realtà di provincia: i giovani (quelli che non HANNO case) non sono stati a votare. E di una cosa mi sono convinta: non me ne frega proprio niente. Che ci sia Letta, nipote di Big Letta al governo, non me ne frega niente. Quasi non me ne frega nemmeno che Biancofiore sia stata messa – e poi tolta –  alle pari opportunità. Non me ne frega del governicchio. Non mi interessa niente. Non ho riposto nessuna fiducia nel PD che poi sia stata tradita dai fatti. Non mi sono fidata di nessuno, e continuerò a non farlo. Alt: ho votato. Non sono cinica, anzi. Mi chiedo solo: e adesso? Vediamo cosa succede adesso.

 

E giù di post, di tweet, e di idee: è chiaro che questo è il migliore dei mondi possibile

 

Temo, insomma, che non ci siano i presupposti per la speranza. Aspetta: vado a twittare questo post))).

Le pagine Spotted di Facebook: non solo amore ma anche insulti razzisti

maggio 1, 2013  |  Articoli pubblicati in giro  | 

Le bacheche di Facebook come raccoglitori di insulti misogini e razzisti. Questo succede nelle pagine “Spotted” di Facebook, che funzionano come delle pagine fan, ma hanno un altro fine: raccogliere le segnalazioni di ciò che viene individuato in un determinato contesto – le università, la metropolitana, una tratta del treno. Infatti spotted in inglese significa “individuato”, “adocchiato”. L’utilizzo di queste pagine è per lo più dedicato al flirt tra sconosciuti, ed è largamente utilizzato in contesti universitari, nelle biblioteche, nelle aule studio.

Tuttavia, galeotto non è sempre  l’amore, o almeno non questa volta. Piuttosto sono le offese misogine e razziste ritrovate su alcune bacheche di Spotted inglesi a preoccupare, come riporta il Guardian in un recente articolo.

 

Continua su 6gradi: http://seigradi.corriere.it/2013/04/30/le-pagine-spotted-non-solo-amore-ma-anche-insulti-razzisti/

LOL: le fantasie d'amore liberate si trasformano in lavoro

LOL: le fantasie d’amore liberate si trasformano in lavoro

maggio 1, 2013  |  Articoli pubblicati in giro  | 

 

La sezione Desire – Desiderio – dell’ultima edizione di Transmediale, Festival di arte e cultura digitale tenutosi a Berlino lo scorso febbraio, ha indagato la mediazione digitale del desiderio sessuale, con un occhio particolare alla sessualità femminile. L’interpretazione del desiderio sessuale e la mediazione digitale portano a pensare in una visione comune e quasi intuitivamente, a siti commerciali pornografici come youporn, che godono di un tipo di fruizione molto più maschile che femminile.

Al Transmediale 2013 uno dei progetti che meglio interpreta l’equazione interpretazione del desiderio sessuale e mediazione digitale è “LOL”,“Labourers of love”, che altro non è che un servizio online dioutsourcing fantasies (fantasie liberate). Una modalità che nell’esito sembra essere più adatta alla forma del desiderio sessuale femminile. LOL, è un progetto di Stephanie Rothemberg, un’antropologa di visual studies, e di un suo collega, Jeff Crouse, entrambi newyorchesi, e prende la forma di un servizio internet che usa lavoratori anonimi per soddisfare le fantasie dei clienti attraverso la realizzazione di video.

Continua qui… http://27esimaora.corriere.it/articolo/le-fantasie-femminili-liberatein-un-laboratorio-damore/

Link al progetto (su Corriere.it non c’è):  http://laborersoflove.com/

 

Le svaporelle. L'invettiva contro le SETTE sigarette elettroniche

Le svaporelle. L’invettiva contro le SETTE sigarette elettroniche

marzo 2, 2013  |  BANANA LIFESTYLE, Senza categoria, week end  | 

L’origine del nome

 

C’è stato un tempo, nel lontano tempo del liceo, che in quel linguaggio di ragazzini di una certa zona nella provincia di Verona, cioè in quella particolare enclave linguistica che contraddistingueva una parte del mondo chiamata Legnago centro, si diceva “svapora” per sigaretta – non erano in tutti a dirlo, erano solo i più cool, i mediamente istruiti (mai nessuno proferì quella parola al di fuori delle cerchie liceali).

Ricordo allo stesso modo e con eguale affetto, che l’enclave della vicina Montagnana (bassa padovana, con una muratura medievale interamente conservata) si prendeva gioco di noi legnaghesi per via della tendenza all’antifrasi. Ovvero, dire sempre il contrario di quello che è. “Sei molto femminile” – per dire “sei un uomo” (ovviamente questa tendenza generava incidenti diplomatici ma aumentava tantissimo, se elegantemente utilizzato, il fascino con i padovani).

 

Io personalmente, bollata al tempo da quelle stesse cerchie di iniziati come “tipa strana”, mai ho fatto uso di tale espressione idiomatica per definire sigaretta. Io dicevo no ai neologismi, preferivo il vintage e il desueto. Raggiunsi livelli altissimi quando cominciai a definire il mio ragazzo “il ragazzetto” – della mia stessa età – o cominciai a dire che stavo “di decenza”. Sì: ero veramente un’idiota, ma ci stava gente messa peggio: all’università la mia compagna di banco, Franca Franzonini, mi chiedeva se avevo un cachet quando aveva le mestruazioni, e parlava di Albione quando si discuteva di Britpop. (I forestierismi, se necessari, non erano assolutamente vietati)

 

Ma non parliamo di me, cioè non parliamone troppo, parliamo di lei. No, no.

 

Parliamo invece della felice e lungimirante intuizione di quella cerchia illuminata di ragazzini che individuò, nel vapore, il futuro delle sigarette: le svapò. Le sigarette elettroniche.

 

 

L’invettiva (della forma)

 

Primo. Questi negozi di sigarette elettroniche, situati in zone centralissime di tutte le città in cui l’affitto dei locali è altissimo, sono chiaramente comprati o messi su con del denaro riciclato. Come dimostrarlo? Non so. Forse ho torto, ma io l’ho sempre pensato (e nel bene o nel male questo lo penso più o meno anche di franchising dei ristoranti/pizzerie, a eccezion fatta per Mc). Sono una tipa cospirazionista?

 

Un mio amico, per esempio, voleva far parte del franchising: ha mandato email, ha telefonato, e non ha ricevuto risposta. Questo non dimostra niente. Ok, ok, ma mi ha seminato il dubbio.

 

Ma va bene.

 

Secondo. Se comprate le sigarette sui vari siti, invece di spendere 120 euro, ne spendete molti meno. Non dico per la ricarica, eh, ma dico per le sigarette in sé. Poi le ricariche anche io le comprerei in un negozio autorizzato di denaro riciclato. O volete fare parte della loro comunità di pratica?

 

L’invettiva (della sostanza)

 

Io mi aspettavo, come da copione, una serie di articoli, da Vice a Deboscio a ecc, di invettiva e di presa per il culo di queste sigarette elettroniche. Come è giusto che sia, ché è roba da sfigati. Mi aspettavo articoli su “Le sette cose che non potete  più fare senza sigarette vere” , “I sette film che non potete più vedere senza le sigarette “, “I sette dischi che non hanno più senso da quando ci sono le sigarette elettroniche” “I sette caffè che non ho più potuto bere” “Le sette effettive ultime sigarette che Zeno Cosini si sarebbe potuto fumare”, “Le sette posizioni di sesso tantrico che non posso più accettare da quando fumo le svaporelle” “ le sette pause sigarette che ho potuto non evitare grazie alle svaporelle” , “Sette luoghi pubblici in in cui potete fumare svaporelle”. Credo sia chiaro il concetto.

E invece. Io. Credo. Che. Tutti. Gli.Scrittori. Adibiti. I. Creativi.Per.Intenderci. Si. Siano.Fumati. le. Svaporelle e quindinonnepossanoparlaremale.Essendo.che.si.tratta.anche.di.una.comunità.di.pratica (come gli alcolisti anonimi, per intenderci).

 

Le notizie

 

Giustamente mi segnalano che in Usa i ragazzi si fanno lo spinello con la svaporella. (le canne, le canne: ecco).

 La confessione

Poi devo confessarvi un’altra cosa: se qualcuno avesse voluto farmi uno screzio, mentre gestivo le operazioni elettorali lo scorso weekend, altro non avrebbe dovuto fare che entrare in cabina con una sigaretta elettronica.  Non avrei saputo come comportarmi. Come dire: è vietato? Avrei detto “ho sentito che ci sono macchine fotografiche dentro quelle cose”, avrei detto per la prima volta “ehi, guarda che io sono una giornalista. Sono informata sui fatti, quelle cose sono fatte per i voti di scambio”.

 

L’assurdo

 

C’è sempre un assurdo, in ogni situazione, almeno uno. Conoscendomi, dovreste sapere che sono queste le storie che preferisco (beh, oltre alle 7 effettive sigarette di Zeno Cosini).

C’è gente che non fumava, ma che ha cominciato a fumare le svaporelle, per poi chiedersi: “ehi, ma io perché non ho mai fumato sigarette?” e quindi per passare a fumare sigarette vere. Ve lo giuro.

 

ps. se qualcuno dei 7 articoli vi ha convinto, mi fate sapere quale? ne scriverò almeno uno.

 

 

 

 

 

The midnight cake (o di un romantico)

febbraio 28, 2013  |  FIN'AMOR  | 

Se fossi andata e la torta non ci fosse stata, lei avrebbe riso come ridono i personaggi femminili di Svevo, e io non lo avrei tollerato. Quella fragorosa e spiazzante e generosa ma allo stesso tempo leggera e benevola storpiatrice di nomi di persona.

Alla quale altro non avrei saputo rispondere che con ma comunque il “tè” ha l’accento grave.

Sai cosa? Se avessi un mio mezzo, un motorino o una cazzata, verrei. Ma coi mezzi pubblici, non mi sembra una cosa da farsi coi mezzi pubblici. Se si va per una torta, e la torta non c’è, si deve fuggire, fuggire. In bici. Con le lacrime che il vento si porta via come in una metropoli degli anni ’70. Ti pare che si possa darsela a gambe sui mezzi pubblici.

“C’è la vaniglia vera”

“no, non vengo”

 

 

 

 

Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow (Berlino)

febbraio 8, 2013  |  SPLIT  | 

I should report that which I say I saw,

But know not how to do ’t.

 

(Macbeth)

 

Invidio coloro che negano quanto hanno sempre atteso, perché riconoscono che intanto il tempo è passato e non è più quello che desiderano. E’ lucida onestà, sicura consapevolezza. Dire a se stessi: “eh, quand’anche l’abbia ottenuto, ora ora come ora: chissenefrega, è andata, non è più tempo” Ripetersi: non è più quello che voglio non è più quello che voglio non è più quello che voglio.

 

It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury,
Signifying nothing.
(la stessa)

 

 

Di Berlino, città meant to be the coolest in quest precis momento storico della nostra Europa, per noi youngest under 30 ma anche quelli giovani dentro fino a data da definirsi, ne hanno già detto tutti,  la mia opinione non arricchirà il mondo. Ma chi viene qui a leggermi mi ama  – o mi odia, che va bene lo stesso, al fine dell’andare su di un blog per

- la prima parola che ho imparato in tedesco è welt, mondo.

 

 

- i locali sono i più belli e casuali che abbia mai visto, e parlo di quartieri come Neukoelln.

 

 

 

- Ho visto il muro, ma soprattutto ho visto quello che sta di fronte al muro, cioè il tempo che passa.

- Sono entrata in un caffè perché avevo fame. Mi serviva la wifi, ho detto “mi può dire la password”. il barista mi ha risposto “karl1978″. Ho detto come si chiama la rete, si chiama come questo bar, ripete.  Come non sai come si chiama questo bar. Io faccio, beh, no. Dovrei? MI hanno chiesto di guardarmi attorno e di notare che è pieno effigie di qualcuno. Certo, Marx. (e intanto mi dico: sono in un bar che si chiama karl marx a Berlino est, mah). Io al barista dico di non sapere chi è Marx. Lo faccio per dispetto. Mi porta un uovo alla coque che è un uovo sodo. Prendo l’uovo e lo butto per terra, lo pesto e cerco di lasciare della tracce indelebili sul pavimento. Mi dice che fai. Io dico, niente, volevo rendere liquido questo ovatto sodo che doveva arrivarmi row. Mi dice oltre a non sapere Marx non sai che la solidificazione di un uovo è un processo irreversibile. No, no, no dico, non ne so niente.

Devo leggere di più, devo studiare, acculturarmi. Per fortuna ci sono bar con la barba di Karl Marx a ricordarmelo. (che tu schiavo barista prendi 5 euro all’ora per non sapere fare un uovo e per non sapere leggere il Capitale ecc). Concludo: “this is not the best service I have ever experienced in my life”. Mi dicono, di rimando “you ‘re not the best customer. “. Io rispondo, cosciente del fastidio che la risposta genererà “I pay, if I’m not the best client, I’m at least your favourite IDEA”. Ed esco. (la verità è che appena ho ricevuto l’uovo sodo invece che alla coque ho detto questo non è quello che volevo stronzi, ciao) (la vera verità è che ho mangiato l’uovo sodo col cucchiaino, per farglielo pesare – loro non se ne sono accorti).

 

- Nessuno parla in inglese, a parte un po’ quello del bar Marx. Non so se sono andata io nei posti meno turistici – e conoscendomi, può essere – ma ho avuto problemi a ordinare caffè. Una sera sono andata da un thai e ho preso una cosa a caso, per me e per il mio amico. Non accettano la carta di credito, mai.

 

- il Neue Museum è di sicuro uno dei 5 musei più belli che abbia mai visto, di sicuro per l’illuminazione, il rigore e il calore degli elementi disposti, ma anche la struttura. Poi a me piace Nefertiti. (tra i miei migliori mai visti vi metto il Museo Rodin di Parigi, il Marmottan che non so se esista ancora, il Museo di arte contemporanea di Dublino – quello con la stanza di Bacon ricreata –   e il Guggenheim di Bilbao)

- Amo i cassonetti che ritraggono band indie. Ma amo anche televisioni vicino ai cassonetti.

 

 

- A ballare sono andata allo Stattbad (wedding), una piscina comunale fatta costruire nel 1907 da Hoffman – ora luogo in cui organizzano le serate, mostre, arte ecc – un complesso culturale. Era un evento legato alla Transmediale, CTM, e ho pagato 20 euro. C’erano due “situazioni”, la prima con un vocalist (0_o), la pista in quella che (fu) la piscina, che andava digradando verso la postazione del diggei. La seconda, in quello che era il bagno turco: dubstep, gente, sudore, corridoi stretti. Lì mi sono fermata.  mio set preferito quello di Half girl/half sick.

-Mi sono accorta che la mia vita fa piuttosto schifo. Me ne sono accorta di notte, rincasando. Ma va bene, perché è il “piuttosto” che dà quella connotazione di noia, di normalità, e al contempo di ottimismo. E per cui ho deciso che dovrei fregarmene di tutto dacché tutte le vite fanno schifo. Mi sono comprata un anello per ricordamelo ogni qualvolta mi assalga la disperazione unita al fervore giovanile. Quell’anello mi darà la forza, e mi permetterà anche di inventarmi storie.

There would have been a time for such a word. Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow.

(sempre quello, ma non c’è una precisa correlazione, leggevo Macbeth in quei giorni)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io fisso i soffitti (quand’anche Adele chases pavements)

gennaio 30, 2013  |  FIN'AMOR  | 

Bruxelles è una città che è come un aeroporto. E’ sporca, è istituzionale, è  suddivisa in partenze e in arrivi, e sale da attesa. E’ di passaggio.  A me piace per Horta, per il palais de la musique, per la patina anni novanta, per le sedie della metropolitana, un po’ per il cioccolato, molto per I simbolisti. E’ una città in cui ho deciso di non voler parlare in francese, ma in cui ho dovuto parlare in francese perché hanno cercato di fregarmi sul nurofen. Mi hanno detto che per l’ibuprofen serve la ricetta  – quindi il Belgio è un posto in cui per l’ibubropfene ci vuole la ricetta.

 

 

L’intervista

 

Ho richiesto un’intervista a una persona di Facebook. Sono stata contattata dall’ufficio stampa italiano, dall’ufficio stampa inglese, più e più volte. La staff editor è stata contattata pù volte. La staff editor ha forse voluto uccidermi. Dopo aver specificato il motivo dell’intervista mi è stato chiesto quale sarebbe stato il taglio dell’intervista. Il mio profilo LInkedin è stato visionato più volte dagli uomini di facebook.

Sono stata schedata. Mi hanno fermato per strada e mi hanno chiesto se ero Olga. Io ho detto sì. Ho detto sì come si dice l’ultima volta prima di morire sparati.

 

 

 

Gli innamoramenti

 

A un certo punto, durante la conferenza sulla privacy e startup, una persona si è alzata ed è intervenuta.  Io stavo mangiando dell’ottimo cioccolato al latte. Era un uomo, un francese dall’accento americano, ma che ce l’ha detto che era francese – perché è comunque un dettaglio importante. Ha detto che di fatto niente esiste per proteggere l’IP. L’ho ritenuta una cosa intelligente, per le mie ricerche, vera, e così dopo la conferenza gli ho chiesto “ma tu, chi sei?”. Proprio così, sono andata da lui e gli ho detto: “who are you”

Mi ha detto di essere una persona orribile, di fare un lavoro scomodo quanto utile. Forse lo era, ma era intelligente e così siamo andati a cena – hey, mi ha detto di essere sposato, non è una di quelle storie che finisce con.

Gli ho chiesto se vota in Francia. Mi ha detto di no.

Gli ho chiesto se vota in Belgio. Mi ha risposto che le persone candidate alle circoscrizioni cittadine o regionali avevano voti molto bassi quando andavano a scuola. A me è venuto in mente di quell’uomo delle informazioni, sordomuto. Un uomo delle informazioni, sordomuto.

Mi ha detto di aver smesso di fumare, io gli ho parlato delle sigarette elettroniche, e dell’assurda diffusione capllare del tutto italica. Abbiamo stabilito, di comune accordo, che nel momento in cui avesse ricominciato a fumare, mi avrebbe richiamato. Cioè, io gli ho detto che doveva chiamarmi quando ricominciava a fumare, gli ho detto nessuno smette sul serio, ricomincerai. E lui ha capito che un giorno ci rivedremo ecc. E io ho pensato che gli uomini sono proprio così. Un giorno decidono di sposarsi, di avere figli, e quindi smettono di fumare. Un altro giorno impazziscono, si vedono belli e potenti e ricominciano a fumare, divorziano, e di solito vanno a correre.

Quella cena è stata la mia prima volta a Bruxelles. Una volta che fosse mia, che non avesse il confine di un non luogo come una conferenza, che non avesse come motivo un motivo non mio. Ho percorso spazi a cui ho dato personalità, un’identità. Ho posseduto un ricordo. E allora mi è parso che anche Bruxelles potesse essere una città reale. Accogliere vite sedentarie, in cui  fissare i soffitti.

 

 

 

(L’intervista)

(La canzone)

 

 

Sono stata in un documentario di MTV

gennaio 20, 2013  |  BANANA LIFESTYLE, Senza categoria  | 

L’altro giorno mi è capitato di vivere uno di quei documentari di MTV sulla generazione 20 anni.

Un lui e una lei, che erano stati chiamati a recitare (a gratis) per un video, per cui non mi è chiaro chi ne beneficerà, se la comunità tutta o uno o due di quei quarantenni che nemmeno saprebbero lavorare da macdonald se dovessero farlo in HTML  – e sì, io saprei fare gli ordini in html, e potrebbe essere il mio prossimo destino.

Non dirò che mi è venuta la tristezza, la tristezza non viene mai a chi osserva il mondo – e a questo proposito, meglio sarebbe stato se il mondo l’avessi visto attraverso  la lente di instagram o di una gelatina.

 

 

La distanza

 

Hanno vent’anni, e io ne ho ventotto, che sono solo 8 di più. Li abbiamo portati a girare il video e non voglio cominciare a dire come ero io a 21, o come ero io a 18 anni.

Tutto sommato a 21 anni studiavo a Parigi e a 18 leggevo Goethe, quindi in me e sopra di me c’era il radical chic. Amico fidato dell’antipolitica, quella estetica, e del kitsch, a ben vedere.

mah.

 

Loro a 21 anni entrambi lavorano ed entrambi coltivano i loro sogni di ragazzi, che non sono i miei. E i miei non me li ricordo, credo di avere piuttosto dei punti fissi.

Non sognano di cambiare il mondo, ma sognano di cavalcarlo, diventando famosi.

Famosi, famosi, famosi.

Lei è carina, ossessionata dall’immagine, ma tutto sommato una lavoratrice. Lavora in uno show-room, sì. Ha una peculiarità, ha fatto un reality, horse factor, sui cavalli, a 18 anni.

Le ho chiesto: “ma tu, nel tuo cv, ce lo metti che hai fatto un reality?”

E lei mi ha detto che in linea di massima non lo mette, che in certi contesti non va, ma che forse in alcuni andrebbe.

Tutto sommato anche io ho fatto le mie cazzate a 18 anni, che non metterei sul mio cv, penso. Le ho chiesto se durante il reality si è innamorata. Mi ha detto di sì. Le ho chiesto se ha limonato. Mi ha detto che tutti hanno limonato. Quindi hai limonato anche tu? sì.

Il paletto fisso, il limonage, collante fra generazioni.

 

 

Mi ha detto che è rimasta delusa in amore. E che ha cominciato a scrivere. Io le ho detto che non c’è inizio peggiore, ma così, per fare la saputa. In verità che ne so io. Le ho chiesto se scrive su di un quaderno o su di un blog. Mi ha risposto che scrive al cellulare o sull’ipod, prima di andare a letto. Le ho detto “ma come fai ad avere una visione di insieme?”

Non importa.

 

 

Lui è carino, ha una faccia pulita, gli occhi verdi e 20 anni. E’ ancora glabro, magro e alto. E’ un rapper. No, non lo so il suo AKA. Canta. E nel contempo fa il venditore di tablet.

Ma fa il venditore con la peggiore solerzia del mondo. E’ in giro e assolda venditori, chiedendo “Scusa, cerchi lavoro?”; nel contempo coltiva i suoi sogni artistici – che non ho ben chiaro se siano sogni artistici o solo vanitas vanitatum. Più la seconda.

Gli ho chiesto se vuole andare a Xfactor, mi ha detto che no, vuole andare ad Amici. Gli ho chiesto di cantare, ha cantato. Abbiamo fatto un’intervista finta video. Gli ho chiesto com’è la sua donna ideale, mi ha detto che è bionda alta “e con reggiseno”. Gli ho chiesto se la sua ex è bionda, no, non lo è.

Io ho cantato una canzone e mi ha detto “hey ma anche tu dovresti cantare” e io: no.

 

 

A pensarci non so se ho visto in loro la fine e l’inizio del mondo, ma credo di averle viste entrambe: la fine perché sono figli di tutta quella cultura dominante. L’inizio perché tutto sommato non sono mica scemi, anzi, sono molto svegli, e fanno tutto. Vendono, lavorano al bar, e chissà che altro.

E soprattutto in loro ho visto l’inizio perché ho capito che mi daranno una pensione. Ce la faranno, a cavalcare il mondo, loro, e a pagare i contributi per farmi invecchiare. Siamo salvi.

the past

Mi era capitata una cosa, nel senso di emozione del genere quando ero all’università. Un ragazzino mi aveva chiamato perché gli scrivessi il tema della maturità. Aveva un sacco di soldi ed era un figlio di papà incredibile. E’ venuto a casa mia di studente con una macchina costosissima, e mi ha detto che non aveva voglia di studiare per il tema, se glielo scrivevo.

Io gli ho detto che non potevo, che era illegale.

mi ha detto che pagava. Io: no.

“vabbè scrivimi almeno i temi di preparazione alla maturità”

“no”

Mi ha detto: “perché?”

io: “Perché tu lo devi sapere chi era Manzoni”

lui: “ma io ti pago,  a te che cosa te ne frega”

io: “me ne frega, se tu non sai chi è Manzoni, non potrai capire quello che io scriverò quando diventerò una grande giornalista, o quando vincerò il Nobel per la letteratura. Mi dispiace perché mi costringerai a rendere le cose più semplici, e quindi a ridurre, ridurre, ridurre. Sarà uno sforzo prima di tutto per me. Questo lo dice Leopardi. Lo sai?”

lui: ” No”

io: “e vabbè”

lui:” dai su, non c’è niente che io non posso comprare, dimmi un prezzo”

io: “ti dico di no”

lui: “Lo so perché. E’ perché tu sei una di quelle a cui dà fastidio che ci siano quelli che nella vita comprano tutto e pagano per tutto. E pensi: io ho fatto fatica, io ho studiato e questo ha tutto facile”

io: ” No, non è per quello. A me non me ne frega niente degli altri, io agisco secondo mia coscienza  e non ti scrivo i temi. I temi te li scrivi tu, poi io mi annoio.”

E l’emozione è una sensazione di impotenza, di guasto, di distanza. 

 

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