Il migliore dei mondi possibili è su Twitter (dell’anarchia del web e dell’Imu ecc)

maggio 7, 2013  |  Pillola del suicidio  | 

 

 

 

 

Dopo un po’ di ritardo arrivo anche io sull’anarchia del web, ma non per parlare dell’anarchia del web in sè, ma della retorica. E certo, scrivere per parlare di retorica è un atto di coraggio.

Le discussioni sull’anarchia del web sono partite da un’intervista a Laura Boldrini, e sono sfociate in tonnellate di tweet e post che si basavano su chili e chili di aria fritta. Boldrini ha parlato di aria fritta. A ruota l’hanno seguita opinionleader, opinionisti, opiniontweetmaker e via dicendo (notate che non ho parlato di giornalisti). Perché da dire “anarchia del web” a “censura” ce ne passa: ci passano almeno 9 milioni di casi specifici, 9 milioni di analisi, 9 milioni di considerazioni (e non da bar) sui commenti, sulla democrazia del web (parliamone), sull’anonimia/ pseudonimi del web (che più o meno non esiste, si risale a tutto). E perché no? anche sulle violenze fisiche e verbali nel confronti della donna. E’ vero che una parola generica come “anarchia del web” altro non poteva generare che ruote e ruote di opinioni.

In ogni caso: Morozov citato in tutte le salse – come se fosse l’unico teorico del web. Morozov dice questo e Morozov dice quello. Voglio un altro pensiero di Morozov. Voglio citare Morozov come Oscar Wilde. Ci sarà un momento in cui citare Morozov sarà come dire che del doman non v’è certezza, e verrà piazzato sulle lattine di coca cola. E io non vedo l’ora che arrivi questo momento, sono la prima a supportare il genio di Morozov.

Citiamone un altro, e parliamo di slacktivism (io ho letto qualche saggio di Geert Lovink a proposito). Lo slacktivism è la partecipazione sui social priva di significato, di facciata: la condivisione basata sui titoli, per dire, senza aver letto niente. Così gli altri pensano che siamo persone interessate alla politica, che supportiamo delle cause ecc. In verità no, lo diamo solo a vedere. Per me lo slacktivism è anche questa strana forma di populismo che sta impazzando sui social: la discussione facile. Anni e anni di pratica per portare la discussione fuori dai bar, e poi farla rientrare in 140 caratteri? Eh no. Non funziona così. In questo tranello (che è lo stesso tranello teso dall’IMU, io non ci voglio cadere).

La mia filosofia è che il mezzo non è il messaggio. Il mezzo non è il messaggio quando tutti i mezzi vogliono portare lo stesso messaggio: allora non fa differenza. Non c’è differenza tra online e offline se c’è già stato il telefono di mezzo che ha cambiato tutti. La differenza è nei modi. E il pressapochismo è pressapochismo qualunque sia il mezzo.

 

Tutto questo strabordare di idee mi fa pensare che si stia sempre di più allargando la forbice tra discussioni intellettuali, sempre più intellettuali, e discussioni popolari sempre più popolari. E che le une, per avvicinarsi alle altre, non sappiano fare altro che regalare sensazioni. E io non ho idea di come se ne possa uscire, ma mi sento una cosa: mi chiamo fuori dal modus. E me ne chiamo fuori con un certo orgoglio.

 

Pensavo che dovrei essere figlia dei miei tempi, e forse dovrei adattarmi a tutta questa retorica (motivo per cui sono tenuta a una giustificazione e a un post sul mio blog, prima che sia troppo tardi). Sic et simpliciter: I can’t.

 

(((Tra le righe: Sono andata al Festival del giornalismo e ho visto Facci lanciare cartine a Travaglio, a cena. Ho assistito a quintali di tribune politiche televisive, di discussioni su Twitter durante la campagna elettorale. Sono stata coinvolta in una discussione in cui si criticava Luca Telese per il fallimento di Pubblico a colpi di 140 caratteri (e lui si difendeva con altri 140 caratteri). Ho assistito a una campagna elettorale basata sulla’IMU, nell’irresponsabilità totale di alcuni (politici, giornalisti) che invece di spiegare un po’ di (ehi, sei matta) FATTI per evitare l’astensione  agivano con la spada dell’endorsement (e il do ut des). Sono stata presidente di seggio in una piccola realtà di provincia: i giovani (quelli che non HANNO case) non sono stati a votare. E di una cosa mi sono convinta: non me ne frega proprio niente. Che ci sia Letta, nipote di Big Letta al governo, non me ne frega niente. Quasi non me ne frega nemmeno che Biancofiore sia stata messa – e poi tolta –  alle pari opportunità. Non me ne frega del governicchio. Non mi interessa niente. Non ho riposto nessuna fiducia nel PD che poi sia stata tradita dai fatti. Non mi sono fidata di nessuno, e continuerò a non farlo. Alt: ho votato. Non sono cinica, anzi. Mi chiedo solo: e adesso? Vediamo cosa succede adesso.

 

E giù di post, di tweet, e di idee: è chiaro che questo è il migliore dei mondi possibile

 

Temo, insomma, che non ci siano i presupposti per la speranza. Aspetta: vado a twittare questo post))).

Fare il social media producer di testata

Fare il social media producer di testata

novembre 1, 2012  |  Lavoro, Pillola del suicidio  | 

 

Il Sole 24 ore mette come community manager  del suo account job24 una persona (Rossana Santoncito) che non sa  come si usa Twitter.

Viene da chiedersi quale sia la logica dietro alle “assunzioni” per questi ruoli, che chiaramente non è il merito: giornalisti che si riciclano nel social media management?

 

In Uk e in Usa tutte le testate hanno social media producer, manager ed editor – selezionati tramite la pubblicazione (pubblica) dei ruoli nei loro siti.

 

Il community manager (Rossana ecc) è qui convinto che la menzione su twitter (@xxx) sia invasiva quanto una postata sulla bacheca di FB (cosa che si può comunque impedire nelle impostazioni del proprio account). Non solo, il community manager ritiene di non poter ricevere lezioni di community management da chi ha un terzo dei suoi (del sole 24 ore) follower. Interessante.

Personalmente non condivido che la giornalista sia associata alla rubrica, a sua volta associata al corrispettivo twitter Job 24. Poi vengono postate cose che non hanno nessuna coerenza con la linea editoriale della rubrica.

Inoltre, per scrupolo, sono andata a vedere la rubrica (il blog?), pensando che ci fosse solo Rossana S. a scriverci, ma non è così. Disordine, poca trasparenza e tanta, troppa arroganza. ( http://job24.ilsole24ore.com)

Condivido la denuncia dello storifier Postoditacco, con un sospiro accoratoeccetto il punto in cui si ritiene che chi scrive per un giornale locale (o mensile) sia meno serio di chi scrive per sole 24 ore. Non è serio nemmeno fare di un filo d’erba un fascio, e anche in quel caso si tratta di linee editoriali diverse.

Guardate lo slideshow, non sono riuscita  a mettere meglio del link (embed),  prometto che scopro come fare (sì sì. ho provato tutte le cose facili e intuitive, se scoprite come fare scrivetemelo).

Tra parentesi, una delle regole fondamentali per twitter è usare la diplomazia (soprattutto quando si fa le veci di un account altrui, ripeto, come job24 ore), non mettersi a litigare nei 140 caratteri pubblici che ci riserva il microblogging.

 

 

Il mio Manifesto di non voto per il prossimo anno (almeno)

agosto 15, 2012  |  Pillola del suicidio  | 

 

E’ il 15 agosto. Non c’è giorno migliore per venirsene con un’idea definitiva – magari ovvia – sulla democrazia.  E’ il 15 agosto 2012. Da oggi non voto più.

 

“Lo stato è una maschera che nasconde gli interessi privati” – J. Dewey

Non si possono biasimare le leggi ad personas dei vari Silvio di turno, è l’ovvietà di qualunque oligarchia. Perché la democrazia altro non è che una (mica tanto subdola) oligarchia.

Non si tratta nemmeno di rappresentanza. La rappresentanza è un problema, in molti sensi: primo, una volta eletto il governo, ci si vede dopo un tot di anni; secondo: il voto.

Su che basi viene eletto un leader? Da dei discorsi convincenti. Quindi si tratta di ars orandi, di retorica, di buona comunicazione, di fare buona campagna elettorale, di saper fare promesse.

 

“Mi ha eletto il popolo”

E sarebbe un ottimo risultato, se solo il popolo sapesse che cos’è il bene comune.

La verità è che tutti sappiamo  che cos’è il nostro bene, ma nessuno sa che cos’è il bene comune. O lo sanno così in pochi che il paradosso democratico fa in modo che non lo sappia nessuno, o una minoranza.

Nessuno sa che cos’è il pubblico. Il pubblico è qualcosa che si vuole rendere privato usufruendo dei benefici, è come catturare una libellula in un barattolo e dire: “è mia”. Poi passa qualcuno, ci prende il barattolo e dice “è mio”.

Forse è una follia utopica, ma non credo più nel voto a suffragio universale, e non credo nemmeno in quello censitario. Ma non credo nemmeno nel parlamento.

In Italia.

In Italia c’era Silvio, e poi ci sono stati governi che si sono succeduti a botte di casi Mastella e comunisti che facevano cadere. Non è un sistema che funziona, non c’è progettazione, continuità, programmi a lungo termine.

Nei comuni, le amministrazioni  cambiano e si fanno la guerra come Camillo e Peppone: spendono soldi, fanno e disfanno.

E i satiri e giornalisti e magistrati fanno stragi di voti.

Cioè quelli che dovrebbero controllare, vogliono farsi controllare da chi vorrà prima o poi controllare.

 

Quindi i problemi sono: si vota sulle basi di discorsi convincenti, non c’è progettazione, c’è poco controllo, e se c’è è più dialettico che garantista.

 

Insomma, io col voto ho chiuso, per un po’. Mi sento presa in giro.

Continuerò a pensare alla politica, probabilmente a farla (in senso lato), e a leggere saggi.

E lo dico a voi che non siete al mare: io sarò al mare quando si vota, questo diranno di me i sondaggi.

Primavera di Verga e l’odore della carta

giugno 19, 2012  |  Pillola del suicidio  | 

 

 

Atto Primo.

“no. è solo che sono angosciata per il lavoro”

“oh, figurati, allora non preoccuparti. E io che in uno slancio tardoromantico pensavo che fossi incinta”.

Atto secondo.

“com’è leggere sull’ebook?”
“è come leggere”
“ah, sarà che io sono ancora legato al sapore tardo romantico della carta, ma non riuscirei a leggere su un ebook”

“io riesco a leggervi perché riesco a leggere”

Epilogo.

Sarà che non ci vedo nulla di particolarmente romantico in uno Struzzo Einaudi, e che il profumo della carta ha un senso se le parole impresse su di essa sono degne di odore, e che essere incinta è un problema, al più,  tardo adolescenziale, ma non avrei mai detto, che dei due nei due dialoghi, sarei stata io a indossare le vesti della cinica. (le vesti della cimice).

Tuttavia, di comico ci sono quelli che denigrano l’ebook perché preferiscono l’odore della carta. Ti scrutano con una quasi superiorità morale come se tu, con questa tecnologia,  stessi contribuendo alla fine del mondo e dei buoni costumi – che si sentano pure più intellettuali e lettori di te, che di solito siano uomini, e che siano persino inconsapevoli di quanto la scrittura sia stata, a sua volta, tecnologia denigrata, questi sono solo fatti corollari alla fine del mondo. Che a questo punto spero imminente ci colga tutti con un libro in mano,  romantica. CRAC.

Epilogo II.

 

Il tutto mi rimanda anche all’inizio di Anna Karenina o di un altro russo cominciato e non finito in cui a un certo punto, del carattere di un inetto si dice più o meno: leggeva i giornali e la pensava come l’opinione pubblica voleva che pensasse. E’ che per me “l’odore della carta” è un’espressione brutta e abusata come “nosocomio”, “il sisma”, e “mia madre”.

Epilogo III

E che poi a un certo punto mi dà pure noia che mentre sto leggendo in grazia dyddio la gente mi debba bloccare per dirmi che preferisce l’odore della carta. Il prossimo che me lo dice rispondo “Sai io ho un blog… “.

Epilogo 4, aggiunto postumo.

Mi hanno persino detto che sono di un postmoderno inconsapevole e coerentissimo. Io ho riso, dentro di me, sentendomi vanamente beffata e beffandomi vanitosamente dell’intellettualino di turno, mica è roba da televisione, mi son detta. Poi ho riletto fino all’epilogo 3 e ho pensato “o-o” (che in smile è: o_ O).

 

 

 

 

Angela Scottermy. Una vittima della dieta Dunkan

Angela Scottermy. Una vittima della dieta Dunkan

giugno 4, 2012  |  LONDON, Pillola del suicidio  | 

L’altro giorno ho detto a mia madre: “Non voglio più coprire i fianchi, ho deciso che sono belli” .

Ebbene sì. La dieta Dunkan ha mietuto un’altra vittima.

Badate bene, questo non è il solito post sulla dieta Dukan. Su “L’ho provata, quell’uomo è da radiare dal mondo”.
Questa è la vera storia di Angela Scottermy, una donna scontenta della propria immagine, tragicamente scomparsa nei giorni scorsi.

Rientrava a casa dopo un meeting di lavoro che l’aveva lasciata con l’amaro in bocca per via della dieta troppo proteica, questo sì, questo lei non poteva immaginarlo, ma anche perché il meeting non era andato troppo bene.
Lei era stanca e insoddisfatta, non andava in bagno da giorni, e al lavoro erano tutti uomini. Con chi condividere la croce e la delizia della dieta Dunkan? Con chi condividere la stitichezza, il bruciore all’ano, la sindrome premestruale, le insoddisfazioni di coppia che si facevano sempre più vivide e consistenti con l’avanzare della dieta.
Il capo se ne era uscito con una frase maschilista “Questa campagna pubblicitaria mi ha lasciato col cazzo duro”.
Angela aveva sorriso a mezza bocca, l’aveva fissato e ovviamente se l’era immaginato col cazzo duro.
Con la scusa che faceval a Dunkan al posto del cazzo aveva immaginato un tubo di: prima Oreo – poi non mi piacciono – poi Baci Perugina – poi no che palle le frasi – e infine un fascio di desiderabili spaghetti al dente al pomodoro, mirabilmente intrecciati, tutti da mordere.
Poi si era detta: restaci, col cazzo duro. Aveva preso la sua Tipo verde e se ne era andata.
Mentre guidava pensava che ok, non era così maschilista… cioè immagina se fosse stata una donna capo e avesse detto “Questa campagna mi ha lasciato completamente bagnata”. Ok, poteva starci. (bagnata… budino al cioccolato…gelato…)
Comunque.
Era ormai da mesi che portava avanti questa Dunkan in modo borderline: alternava giorni di puro rigore a giorni non ce la faccio e mangio liquirizia.
I giorni solo proteine se li scordava ormai. Non riusciva ad andare in bagno… per cui faceva solo giorni proteine e vegetali. E dimagriva comunque. Nei giorni di arigoria morale si sfondava di liquirizia.
No, eh, non le rotelle. La liquirizia quella vera.
Aveva cominciato con le rotelle, poi si era resa conto che contenevano il 3 % di pura liquirizia, ed era passata alle stecchette morbide “panda”, comprate al biologico. Aveva anche la liquirizia rigida, quella al 98 % per intenderci, per i momenti più drammatici.
Il fatto era che questa dieta proteica le abbassava la pressione. Nulla potevano i 4 litri di acqua al giorno che era costretta a bere per non appesantire i reni.
La serata in cui Angela tira le cuoia è una serata “non ce la faccio”. L’idea di addentare dell’altro pollo al curry le imbarazza lo stomaco, così decide di spararsi  “Bande apart” di Godard, e nel mentre di finire tutta la liquirizia presente in casa.
Apri’ la credenza. Tirò fuori nell’ordine di minor percentuale di liquirizia pura e quindi maggior peccaminosità: barrette morbide ripiene di cocco, rotelle haribo, rotelle marca biologica, barrette salate olandesi, barrette dolci morbide, stecchette semidure di Rossano, stecchette dure, tronchetti biologici, radici da succhiare.
Si preparò un tè alla liquirizia e cominciò il duro lavoro.
Quando arrivò al punto in cui la donna ricca chiede alla protagonista cosa ti piace e lei risponde “niente”, cercò il pezzo su youtube, non trovò, trovò il trailer, condivise quello su Facebook e continuò a guardare.
Le piaceva come era vestita Odile e le piaceva anche la frangetta. Le piaceva anche il nome: Odile. Le piaceva la lettera O.
Arrivata alle stecchette di rossano le venne un collasso. Pressione troppo alta. Colesterolo alto.

I soccorsi erano arrivati inutili troppo tardi, e se l’erano portata via orizzontale, rigida e fredda. Sringeva in mano i trochetti.

A giorni dalla morte, abbiamo recuperato una bozza di post per il suo blog. Uno dei soliti post sulla dieta Dunkan, per la madre, ne riportiamo un estratto:

“Però mamma, voglio tentare l’ultima dieta. La Dukan. Poi basta.
La dieta consiste in non mangiare carboidrati. Dicono che faccia malissimo, e io voglio crederci, ma voglio anche credere che dimagrire è una buona sensazione per lo spirito e per lo stato generale di salute. Così come lo è ingrassare.
Insomma ci sono 4 fasi: una di attacco, una di mantenimento dimagritivo, una di mantenimento punto. E una di supermantenimento.
La fase di attacco può durare dai 2 ai 20 giorni, dipende da quanto si vuole perdere. Quanto si perde dipende da quanto si pesa, da quante altre diete si sono fatte ecc. Dukan lo chiama “the true weight” che io traduco il “peso onesto”. E che mi ricorda la canzone “the true love waits”, e che potremmo tradurre in “the true love weighs” anche no?
Bon. Io sono al terzo e ultimo giorno della fase di attacco, e non mi sembra invero vero di esserci riuscita. 3 giorni solo proteine, acqua, e caffè.
Oggi pomeriggio ho mandato a quel paese 3 persone. 1 persona ogni giorno di proteine. Tre persone a me care eh, ma che forse non tengono cara alla mia amicizia. Sarebbe molto interessante parlare di tutt’e tre, ma ne dirò solo una. La meno important.”

 

Devo specificare che è una cosa inventata? Ok, è una cosa inventata. Riferimenti a fatti, persone, nomi reali sono puramente casuali. Anche se li ho gugolati e non ci sono.

 

 

IN ITALIA TWITTER STA ‘NA BELLEZZA. (o come lo usa Franco Bechis di Libero)

febbraio 28, 2012  |  Pillola del suicidio  | 

Sto geolocalizzando i contenti e gli scontenti (o gli sconti) del governo Monti per decidere da che parte stare. (mi faccio influenzare si’)

L’ho fatto con i Pipes di Yahoo e ho scoperto che il giornalista Franco Bechis, che in verita’ mi sta(va) pure simpatico per tutto quello scandalo seguito con tenacia e costanza sulle dichiarazioni dei redditi rese pubbliche (2007?), ha scritto un pezzo in controbattuta a Corriere e Repubblica e l’ha sapientemente retwettato. (ora scopro che e’ vicedirettore di Libero….tanta roba quindi)

 

Come vi dice questa mappa c’e’ stata una diffusione di 7 tweet dell’articolo, almeno a Roma.

Avra’ fatto networking il nostro Bechis? Come rivela la mappa, e’ andato dai suoi compagni di stanza e ha detto loro: “Dai, retweettami, facciamo questo giochino che va tanto di moda”. Come vedete i 7 tweet e RT sono tutti localizzati nello stesso punto, a eccezion per fatta di uno, a 200 metri – sara’ stato usato il telefono senza fili per dire Dai retwettami…


 

Ecco la lista:

 

In verita’ sono solo due amici che si sono tweettati e retwettati l’articolo una quindicina di volte.

Per la cronaca, l’articolo e’ questo.

 

 

Mi chiamo Olga, shampista russa (O dell’addio a Wikipedia)

ottobre 5, 2011  |  Pillola del suicidio  | 

Io che mi sono comprata lo smartphone per due ragioni: la prima – controllare ogni 2 secondi il dizionario della lingua italiana; la seconda – usare Wikipedia per flirtare con quelli più grandi di me, che citano robe obsolete (tipo “il patto della crostata”), o per flirtare con i minorenni, che parlano in un modo incomprensibile (mamma mamma senti come parlo, mi sembra di essere mia mammaaaaa)

Detto questo, ci sono almeno 10 cose che senza Wikipedia non possiamo fare:

1)Scrivere articoli, post, e quant’altro su di un argomento di cui non si sa una ceppa. Le professioni creative, gli autori tv. Super Quark. Voyager – ecco, forse Voyager no, per voyager ci vogliono competenze ulteriori. Nel mio caso equivale a dire:  spegni il computer e fatti una vita. In questo senso, grazie.

2)Nel caso si conosca un argomento, ma non si ha completa memoria, cosa che può accadere per le trame dei romanzi, dei film, i personaggi, o addirittura titoli, sono perduti. Perduti per sempre, com’è si chiamava il tipo di Emma Bovary? Eh?

3)Le citazioni. Eh, sì. C’è anche wikiquote. Ve la ricordate quella bella frase, quella famosissima di Gesù Vattelapesca? No? Perduta per sempre.

4) I fatti di politica sono riportati con dovizia di particolari. Persi. Prima di Berlusconi c’è solo Berlusconi. Non mi ricordo niente di ieri. Prodi? Eh? Gesù? Eh?

Il patto della crostata non tornerà più, però magari tutti ci renderemo conto di quanto siamo profondamente ignoranti, rinunceremo alle professioni e cominceremo a impiegarci neli settori del parcheggio, dei bar, dei negozi (I più belli potranno aspirare anche alle più alte cariche dello Stato, come il parrucchiere del Presidente del Consiglio) – oppure verremo battuti da quelli che hanno studiato queste materie (certo, non se sarete I più belli).

Detto tra me e voi, adesso sono cazzi vostri. Io sono disponibile alla rivoluzione, mandatemi una mail in caso.

Io volevo solo dire che oggi, 5 ottobre, alle 12 e 53 è finita l’era dei flirt in italiano, perché senza wikipedia, io non so più di che parlare.

Le regole di casa

settembre 11, 2011  |  Pillola del suicidio  | 

Se vuoi vivere con me, ci sono poche regole,  ne possiamo discutere.

“nel senso che ti posso dire se non sono d’accordo, ma comunque varrà la tua regola?”

“Sì. Ma guarda che sono democratica, ti prego di esprimere il tuo disappunto.”

“Vabbè. Vai”

1. Niente studenti che girano per casa

mmmok…

2. Niente persone che si fermano a dormire a casa. No uomini, no bambini, non donne.

mmmok….

3. Vabbè, che non si può fumare lo sai, no?

mmmmmsì

4. Ripeto: se vai con qualcuno vai a casa sua.

mmmm……mmmm…ok

5. DOBBIAMO ASCOLTARE LADY GAGA 2 VOLTE A SETTIMANA

No. Passino i primi punti 1234 – a proposito hai mai letto American Psycho? Da quando l’ho letto non dormo a casa di nessuno. Magari te lo passo a Natale – ma io non posso ascoltare Lady Gaga, men che meno l’ultimo. La posso guardare, anche tutta la notte, preferibilmente nei panni di Joe Calderone. Ma ascoltare, no, magari possiamo metter su un dvd, il sabato, verso le 18 (non di mattina, spero).

 

Regole di casa di mia sorella, da cui vivo. E’ una casa troppo bella per potermi veramente importare di morire uccisa da uno psicopatico che mi vuole tagliare a pezzetti. Starò attenta ai liquidi nei drink. Oh, oggi e l’11 settembre.

Buone vacanze

agosto 5, 2011  |  Pillola del suicidio  | 

Banane Touring Club chiude per l’estate.

Eh sì, anche i blogger vanno in vacanza.

Vi lascio però con qualche mia nuova scoperta:

- New York rende i capelli secchi, li imbruttisce. Ecco il motivo della foto: capelli secchi, cookies e packaging fico assai. A Manhattan il parrucchiere si paga in base ai cm di capelli. Più ne hai, più paghi.

- Stamattina in metro mi sono seduta vicino a un Nerd che leggeva cose sui fumetti, nella verde. Pensavo: che bello, è un nerd vecchio, devo scriverlo sul blog. Mi alzo e scopro che… è una donna. Veramente troppo.

- Sulla gialla invece mi sono seduta vicino a un tipo che leggeva con attenzione e concentrazione i programmi tv, e l’ha fatto per tutto il tempo. Dico: c’è veramente gente che legge quelle pagine ? Mi chiedo: sono snob?

-il mio nome da pornostar e’ Mimi’ Toti.
Basta. Vado in ferie.

Odore 2.0

luglio 13, 2011  |  Pillola del suicidio  | 

Odore di caffè bruciato. Odore di asfalto, odore di tombino, odore di afa, odore di staperpiovere, odore ma chebruttaluce, e che fastidio agli occhi e dove ho messo gli occhiali da sole. Odore di autobus. Odore di sudore, odore di acqua di colonia: uomo, troppo forte. Odore di fiori di inverno, donna. Il mio, meglio, dopotutto.  Per poco, odore di erba tagliata. Odore di traffico. Odore di sottoterra, e, di nuovo, odore di sudore, odore di viaggio, degli altri. Odore di  croissant nel sacchetto, di marmellata in pancia. Odore di rivista, ma poi l’ipod passa sempre la stessa canzone e devo cambiare, posizione. Odore di sigaretta. La luce. Odore di pioggia.