I should report that which I say I saw,
But know not how to do ’t.
(Macbeth)
Invidio coloro che negano quanto hanno sempre atteso, perché riconoscono che intanto il tempo è passato e non è più quello che desiderano. E’ lucida onestà, sicura consapevolezza. Dire a se stessi: “eh, quand’anche l’abbia ottenuto, ora ora come ora: chissenefrega, è andata, non è più tempo” Ripetersi: non è più quello che voglio non è più quello che voglio non è più quello che voglio.
…
Di Berlino, città meant to be the coolest in quest precis momento storico della nostra Europa, per noi youngest under 30 ma anche quelli giovani dentro fino a data da definirsi, ne hanno già detto tutti, la mia opinione non arricchirà il mondo. Ma chi viene qui a leggermi mi ama – o mi odia, che va bene lo stesso, al fine dell’andare su di un blog per
- la prima parola che ho imparato in tedesco è welt, mondo.
- i locali sono i più belli e casuali che abbia mai visto, e parlo di quartieri come Neukoelln.
- Ho visto il muro, ma soprattutto ho visto quello che sta di fronte al muro, cioè il tempo che passa.
- Sono entrata in un caffè perché avevo fame. Mi serviva la wifi, ho detto “mi può dire la password”. il barista mi ha risposto “karl1978″. Ho detto come si chiama la rete, si chiama come questo bar, ripete. Come non sai come si chiama questo bar. Io faccio, beh, no. Dovrei? MI hanno chiesto di guardarmi attorno e di notare che è pieno effigie di qualcuno. Certo, Marx. (e intanto mi dico: sono in un bar che si chiama karl marx a Berlino est, mah). Io al barista dico di non sapere chi è Marx. Lo faccio per dispetto. Mi porta un uovo alla coque che è un uovo sodo. Prendo l’uovo e lo butto per terra, lo pesto e cerco di lasciare della tracce indelebili sul pavimento. Mi dice che fai. Io dico, niente, volevo rendere liquido questo ovatto sodo che doveva arrivarmi row. Mi dice oltre a non sapere Marx non sai che la solidificazione di un uovo è un processo irreversibile. No, no, no dico, non ne so niente.
Devo leggere di più, devo studiare, acculturarmi. Per fortuna ci sono bar con la barba di Karl Marx a ricordarmelo. (che tu schiavo barista prendi 5 euro all’ora per non sapere fare un uovo e per non sapere leggere il Capitale ecc). Concludo: “this is not the best service I have ever experienced in my life”. Mi dicono, di rimando “you ‘re not the best customer. “. Io rispondo, cosciente del fastidio che la risposta genererà “I pay, if I’m not the best client, I’m at least your favourite IDEA”. Ed esco. (la verità è che appena ho ricevuto l’uovo sodo invece che alla coque ho detto questo non è quello che volevo stronzi, ciao) (la vera verità è che ho mangiato l’uovo sodo col cucchiaino, per farglielo pesare – loro non se ne sono accorti).
- Nessuno parla in inglese, a parte un po’ quello del bar Marx. Non so se sono andata io nei posti meno turistici – e conoscendomi, può essere – ma ho avuto problemi a ordinare caffè. Una sera sono andata da un thai e ho preso una cosa a caso, per me e per il mio amico. Non accettano la carta di credito, mai.
- il Neue Museum è di sicuro uno dei 5 musei più belli che abbia mai visto, di sicuro per l’illuminazione, il rigore e il calore degli elementi disposti, ma anche la struttura. Poi a me piace Nefertiti. (tra i miei migliori mai visti vi metto il Museo Rodin di Parigi, il Marmottan che non so se esista ancora, il Museo di arte contemporanea di Dublino – quello con la stanza di Bacon ricreata – e il Guggenheim di Bilbao)
- Amo i cassonetti che ritraggono band indie. Ma amo anche televisioni vicino ai cassonetti.
- A ballare sono andata allo Stattbad (wedding), una piscina comunale fatta costruire nel 1907 da Hoffman – ora luogo in cui organizzano le serate, mostre, arte ecc – un complesso culturale. Era un evento legato alla Transmediale, CTM, e ho pagato 20 euro. C’erano due “situazioni”, la prima con un vocalist (0_o), la pista in quella che (fu) la piscina, che andava digradando verso la postazione del diggei. La seconda, in quello che era il bagno turco: dubstep, gente, sudore, corridoi stretti. Lì mi sono fermata. mio set preferito quello di Half girl/half sick.
-Mi sono accorta che la mia vita fa piuttosto schifo. Me ne sono accorta di notte, rincasando. Ma va bene, perché è il “piuttosto” che dà quella connotazione di noia, di normalità, e al contempo di ottimismo. E per cui ho deciso che dovrei fregarmene di tutto dacché tutte le vite fanno schifo. Mi sono comprata un anello per ricordamelo ogni qualvolta mi assalga la disperazione unita al fervore giovanile. Quell’anello mi darà la forza, e mi permetterà anche di inventarmi storie.
There would have been a time for such a word. Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow.
(sempre quello, ma non c’è una precisa correlazione, leggevo Macbeth in quei giorni)
Il guaio dell’erasmo che non ci sarà più è che come al solito potranno permetterselo le persone più ricche.
Non credo proprio che le università impediranno gli scambi, piuttosto taglieranno i fondi, quindi è scorretto dire “Addio Erasmus”. I più ricchi sicuramente potranno beneficiare dell’opportunità di scambio.
Ebbasta.
L’Erasmus è sempre stata una cosa da ricchi, comunque. Inizialmente la borsa era di 200 euro, più aggiunte per studenti indigenti, che provenivano dalle casse italiane. Poi i fondi sono finiti, perché ci sono stati i tagli alle università.
(Non ricordo bene chi, cosa e perché, ma sono sicura che qualcuno dei miei amici ASU lo potrà mettere tra i commenti)
In ogni caso io sono stata a Parigi. Non sono ricca di famiglia, diciamo normale. L’erasmus ha un costo, soprattutto a Parigi, ma Parigi rimborsava dai 100 ai 200 euro per l’affitto, più 200 euro al mese, più qualcosina… alla fine ce la si faceva.
Parigi, nonostante sia una città molto cara (in realtà niente in confronto a Londra), offre una vita facile ai suoi studenti: tessere e gratuità per la cultura, musei talvolta gratis per gli studenti di lettere e storia dell’arte (cosa che ho esperito solo nella civilissima Torino, il Museo Egizio). Mensa universitaria per poco più di 3 euro – Padova era 6 euro, che so? Una follia. Insomma sì, peccato per i 200 euro, ma a volerlo puntare, il dito, questo andrebbe contro l’assegnazione delle borse di studio che non sono a beneficio dei giusti, o almeno alla totalità delle persone idonee, poiché il livello di evasione è altissimo.
Scontrini e ricevute che non vengono rilasciati, ricchi e abbienti coltivatori o industriali che dichiarano un decimo di quello che hanno e hanno il coraggio di chiedere la borsa di studio per i figli che guidano una mercedes.
Il mio erasmo
Quanto allo specifico, l’erasmo, per me, sono stati i 9 mesi più belli della mia vita. Poche cose si vivono con così tanta spensieratezza, curiosità, voglia di condividere idee, culture, aspirazioni e baguette. Ho studiato lettere, e le discussioni politico-culturali parigine di confronto coi miei coetanei avevano la vivida speranza, e talvolta anche la forza di poter cambiare il mondo. Irrinunciabile momento nella mia formazione.
Per non parlare del confronto tra i sindacati italiani e quelli francesi, lo sciopero francese e quello italiano: ve lo ricordate il Contrat de première embauche? Considerazioni sulla civiltà e l’eguaglianza sociale: sarei in grado di scrivere e pretendere questa eguaglianza sostanziale se non fossi stata in Francia? Non credo.
Eppoi, diciamocelo: leggersi Flaubert, la Duras, e Queneau in lingua originale è qualcosa che, fra tutto, mi resta come eredità dei sensi, piacere estetico, vezzo culturale. Insieme al beurre salé e l’odore di burro nel metrò.
“Posso guardare L’amour a vingt ans?”
“no, è il secondo episodio di qualcosa di più grosso” – dice il commesso.
Penso, incamminandomi verso l’uscita o verso un’alternativa al film, che io in una videoteca non ci sono mai stata. Certo, eccetto Target, a Padova, nei primi anni di università (avrà chiuso?), e ok, eccetto uno di quei distributori automatici di una città di provincia, da ragazzina, quando i genitori non c’erano e ci saremmo guardate mille volte Cruel Intentions. Ok, sono stata altre volte in una videoteca.
“Credo che allora prenderò la vita di Wittgenstein”
“Oh, va bene. L’hai mai visto prima?” “No” “E’ un film molto divertente, è scuro… certo, pesante… bello, eh, bello… ma sei sicura sia quello che stai cercando?”
Non so cosa sto cercando, capisci, commesso nerd di “Videocity”, volevo guardare L’amour à vingt ans.
“Sì, credo di sì. Mi piacciono le biografie. Non dico per i libri, eh. Di solito ne preferisco i film”
“Non credevo fossi così interessata alle vite degli altri”
“Lo sono.”
“Ma aspetta, la tua tesserae dice che Wittgenstein l’hai già preso ieri?”
“Sì, temporeggiavo perché vorrei vedere L’amour à vingt ans”.
Ieri siamo state al pub vicino Holland Road, io ero alla seconda birra a stomaco vuoto. Holland Road mi piace perché è fricchettona. C’è qualcosa di decadente in quella strada, diciamo tutto. Essere fricchettoni nel 2012 è decadente e rilassato, – ma allo stesso tempo così consapovelmente ricco e saggio. Come tutto ciò che persiste al di fuori di una moda. Un po’ come la vecchiaia, degli altri.
Al pub devo andare in bagno. Lei mi segue, io mi chiudo dentro. Voglio inviare un messaggio. Lei con l’aifon si mtte a scattarmi foto da sopra, me ne accorgo solo quando mi tiro su i pantaloni. Aspetto che lei entri in un altro bagno, per poter uscire dal mio. Sento che entra, io esco. Lei sente che esco: ha fatto una finta, non stava facendo pipì, esce, mi raggiunge. (Shining)
Mi cerca. Io scappo. Apro la porta, lei apre la porta. Io tiro la porta, lei tira la porta. La mia testa finisce tra lo spigolo di un muro e la porta e fa come una pallina da flipper 3-4 volte. Mi manca il respiro. La voglio evitare, è una persona violenta. Vado al bancone innervosita ma parecchio sotto shock dacché conosco i miei polli: mi aspettano giorni di cefalea per via di questi 4 bernoccoli.
Vado al bancone del pub e dico che ho sbattuto la testa volontariamente in 4 punti, chiedo del ghiaccio. Mi guardano straniti. Un uomo mi chiede se non mi senta stupida per aver sbattuto la testa volontariamente in quattro punti. Io gli chiedo se dopo la Cerimonia di aperture delle Olimpiadi, lui non si senta inglese. Questa è troppo fine persino per lui… dico. E infatti lui cambia discorso.
Mi siedo. Quella che mi ha sbattuto la testa sulla porta deve fingere di essere eterosessuale con quelli del pub. Io non so perché, la copro, finché non la ritrovo a ridere della mia stupida autolesione con l’uomo che mi ha chiesto se non fossi stupida.
Il sangue mi sale al cervello e mi trasformo in un guappo napoletano. La fisso. Lei sorride e mi dice “che c’è” io le dico “you fucking bitch, you know why my head is hurting. It’s because you want to achieve with hands what words can’t match, bitch” Lei si imbarazza e guarda il pubblico come a dire “sta scherzando, non è come sembra, io non ho mai toccata nessuna donna”. Lei non si rende conto che il pubblico non ha capito una mazza della frase sopra, e che chiama il sangue. Io la riprendo, la risbatto al muro e le dico ”I will kill you”. Lei mi guarda, e non mi sorprende che
1)amandomi
2)essendo una persona retorica
3)avendo fatto teatro una vita,
mi risponda: “kill me”. Sorrido, tremante. Le dico: “no way. You wish”. E me ne vado, col ghiaccio in testa, a piedi, fino a casa. In 6-7 persone mi chiedono se vogliono essere portata all’ospedale. Io guardo le stelle e dico sempre no, “è questa una notte buona per morire” “un uomo/donna deve essere lasciata libera di fare l’eroe” ma intanto barcollo e, col ghiaccio in testa, il sangue che mi cola da un orecchio e da una tempia, appena uscita da un pub, un po’ alticcia, ecco, sai cosa? Mi sento inglese.
“ok, prendo questo”
Ascoltatevi questa intanto.
E così anche io ho un profilo su OkCupid. E ne viene fuori che a Londra ce l’hanno tutti.
Ok Cupid è un sito di dating online, non si paga; come ogni sito di dating online, per aver particolari servigi si paga (tipo inviare foto ecc).
Devo dire che quando mi sono iscritta non me ne sono fregata molto, non ho pensato a un’eventuale etica. E del resto, ragazzi, siamo tutti fottuti. Abbiamo tutti i sacrosanti profili su ogni social media del cavolo.
E poi sono troppo curiosa per avere un’etica. E sono troppo curiosa per non sporcarmi le mani in prima persona.
Quindi mi sono iscritta. Ho piazzato una foto del mio volto, ho scritto cosa mi piace e non mi piace. Anzi, ho scritto solo che cosa mi piace: la ceretta, anzi “the wax”, quindi la cera. Che è ancora più vero.
Il sito è strutturato così: un algoritmo calcola i match migliori e te li comunica, sia inviandoti una mail una volta a settimana, sia si può farlo sul sito stesso, cliccando l’ampolla della pozione magica, e vedere che ne esce.
La caccia
Nei momenti di noia guardo le foto degli uomini, e solo in base alla bellezza metto le stelline – al massimo 5, io ne metto solo 4, non 3, non 2, non 1, non 5. 4.
Non leggo mai i profili. Mi fido della percentuale stabilita dall’algoritmo (dai 55% è ok) e se qualcuno in seguito al mio buon rating è interessato, mi scrive.
In pratica, faccio shopping.
Interessante notare che questi uomini sono tutti creativi, squattrinati e vivono tutti a Dalston. Come me. Eccetto che io vivo a Notting Hill. E pendolo a Dalston, nei week end.
Ma non potrei proprio vivere a Dalston, è un po’ troppo cool per i miei gusti. Non so tipa da quartiere cool, io. In cui tutti si vestono allo stesso modo.
L’uomo mi contatta, dice cose scontate sul mio profilo, io rispondo. In alcuni casi si va a bere un caffè, e, a parte qualche considerazione sullo stato attuale del mondo, o qualche metaconsiderazione su OkCupid, non c’è una mazza da dire.
Ma anche nella vita normale, come succedono queste cose? Cosa succede nella vita offline?
Sono veramente mai uscita con uno che fosse un creativo, con uno che amasse Borges, Dostoevskij, Leopardi? In buona sostanza, sono mai uscita con un mio compagno di corso all’università, con un mio collega di lavoro? La risposta è no, o meglio, non è stato per quello.
Rileggevo L’insostenibile leggerezza dell’essere in questi giorni, pensavo di non ricordarmi un rigo, ed effettivamente è così. Me lo ricordo, sì, ma come si ricordano i sogni. Vaghi, e indistinti dalla veglia – come si fatica a distinguere la realtà dalla fantasia. E quindi dell’insostenibile leggerezza mi ricordo non tanto la storia, ma come l’ho percepita, assorbita, vissuta.
Mi ha colpito questo passaggio, sul caso. L’incontro tra Tereza e Tomas è, a detta di Tomas, separato da 6 casi fortuito, o causato da questi.
Una co-incidenza significa che due avvenimenti inattesi avvengono contemporaneamente, si incontrano: Tomas compare nel ristorante proprio mentre la radio suona Beethoven. La stragrande maggioranza di tutte queste coincidenze passa del tutto inosservata. Se al tavolo del ristorante al posto di Tomas si fosse seduto il macellaio dell’angolo, tereza non avrebbe notato che la radio suonava Beethoven (sebbene anche l’incontro di Beethoven e di un macellaio sia una coincidenza ugualmente degna di interesse)…
Poi c’è una breve e intelligente digressione su quanto i romanzi in cui avvengono incontri fortuiti e in cui vi siano equilibri e simmetrie perfette ( Anna Karenina), non siano da ritenersi romanzeschi, irreali, ma, veri. E conclude così:
Non si può quindi rimproverare al romanzo di essere affascinato dai misteriosi incontri di coincidenze (come l’incontro di Vronskij, Anna, il marciapiede della stazione e la morte, o l’incontro tra Beethoven, Tomas, Tereza e il cognac), ma si può a ragione rimproverare all’uomo di essere cieco davanti a simili coincidenze della vita di ogni giorni, e di privare così la propria vita della sua dimensione di bellezza.
Ecco. Io odio la cecità. La cecità in cui siamo completamente invischiati. Il razionalismo all’osso, di chi non sa vedere la bellezza del caso. La vita. La roulette. I numeri. Il random.
La logica, perversa, che vede sempre finalismi e causalità, ma mai, mai casualità.
Ma va bene così. Il problema si può sormontare anche su Ok Cupid, basta cliccare il pulsantino random. Ehi, ma per quello si paga. (che siano dei romantici anche i developer di Ok Cupid?)
Bella Storia n. 1
Ok C ha un blog, in cui fanno infografiche mettendo in relazione dati del tutto laterali. E’ credo uno dei blog più naturalmente hipster del momento. Si chiama Ok Trends.
Bella Storia n. 2
Un giorno ho fatto la spesa. Ho scelto un candidato bello, gli ho dato 4 stelline, ho visto che cercava random sex, la cosa mi ha fatto ridere perché già covavo il ragionamento sovrastante da un po’, gli ho chiesto se potevamo casualmente incontrarci, ma non ero serissima, mi ha detto che sta a Dalston, mi sono sentita gay, mi sono vergognata, non posso essere io a farmi 45 minuti di mezzi, ci siamo per cui visti a Notting Hill, la foto corrispondeva al reale, era simpatico, abbiamo bevuto, era inglese, abbiamo fatto cose, gli ho chiesto perché era un po’ violento, mi ha detto you like wax, gli ho detto ok, ho pensato che fosse una buona idea non specificare dove mi piace, è rimasto a Notting Hill, io non volevo ma ok, gli ho fatto il caffè, russava, ho pensato che non mi voglio fidanzare mai, ho pensato non mi voglio fidanzare mai, MAI, ci siamo salutati, mi ha detto we had fun, ho detto sì senza entusiasmo.
Bella Storia n. 3
Ho messo 4 stelline a un tipo che dice che ama Gesù, ma non ha foto. Ne viene fuori che conosce Leopardi, Calvino e un sacco di altri. Penso: che caso, anche a me piace Gesù.
Il giornale, Italian paper right wing, owned by Berlusconi – hence more right to say Berlusconi wing– publishes this morning this shameful first page, against Germany – (not it’s not the 1939, it’s 2012).
Apparently, the German paper Der Spiegel has recently attacked Italy for the ‘cruise case’: Der Spiegel, in the pen of Jan Fleischauer, suggests that it’s not for chance that the Concordia cruise sank in Italian territory, and the captain, Schettino, was Italian. He adds also that is not for chance that Schettino was a man. Better to be a woman! This editorial is full of good angles: a “cultural” angle and also a gender angle.
Michele Valensise, the Italian ambassador in Germany, offended by this article, answered back. He suggested to come to Italy (it bitterly reminds me this), to visit the country, to meet single individuals and to see how special we are and blabla. Yes. It is true. (I am so special, studying in UK….)
But Naples “monnezza” stays a reality, and we have to deal with it; our crisis stays a reality, and we have to deal with it; unemployment or underemployment stays a reality, and we have to deal with it; an abuse of internships, corruption, tax evasion. So on.
The article is offensive: it’s provocative, above the tones of a politically correct speech.
The reality, however, is that there are cultural differences, and there are gender differences, but those are not the cause of anything. They must be first a richness, second, a way to create jokes in the pubs.
Stereotyping is not a good angle to write an editorial content, especially considering that the auctoritas of the Der Spiegel is not the same level of a speech held in a pub – yes, with beers.
The ethic in Kant (German philosopher, unbelievable??) teaches us: if others misbehave, continue to behave correctly. Jesus Christ, jewish, says, : “turn the other chick”.
What a surprise!
If Der Spiegel can write a sort of racist article, we can do better, as usual!! The Holocaust Memorial day, instead of an opportunity to reflect, instead of an opportunity to talk about actuality, discrimination, history. Instead of humanity, poetry, witness. Instead of all thousand possibilities that the rhetoric craft can offer, this is the answer of Il Giornale: “We might have Schettino, you (German) have Auschwitz”.
Cool.
Humanity
Every Holocaust Memorial day I publish a poem written by one of my favorite Italian writers, Primo Levi, jewish, who was imprisoned in Auschwitz. He ‘s most known for If this is a man, his account of the year he spent as a prisoner in the Auschwitz concentration camp in Nazi-occupied Poland. His first line is taken from Coleridge, “Since then, at an uncertain hour/ the agony returns” (The Rime of the Ancient Mariner). I can’t translate the rest, unfortunately, because it’s poetry, but the first lines have enough to say – the poem was written in 1984, he was imprisoned in 1943.
Since then, at an uncertain hour
Dopo di allora, ad ora incerta,
Quella pena ritorna,
E se non trova chi lo ascolti
Gli brucia in petto il cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni
Lividi nella prima luce,
Grigi di polvere di cemento,
Indistinti per nebbia,
Tinti di morte nei sonni inquieti:
Sotto la mora greve dei sogni
Masticando una rapa che non c’è.
”Indietro, via di qui, gente sommersa,
Andate. Non ho soppiantato nessuno,
Non ho usurpato il pane di nessuno,
Nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla vostra nebbia.
Non è colpa mia se vivo e respiro
E mangio e bevo e dormo e vesto panni”.
Il superstite P. Levi, 1984
Lo scorso 15 ottobre le principali città europee hanno aderito alla manifestazione Occupy Wall Street, e in quasi tutte le città ci sono state manifestazioni pacifiche; non a Roma, dove un manipolo di Black Block ha compromesso la riuscita dell’intera manifestazione di protesta.
Una proiezione a opera di AOS (Art as open source) ci mostra quanto e come i social media siaon stati utlizzati durante la manifestazione, ecco il video.
L’intero studio è pubblicato qui, e vi consiglio di farci un salto.
Intendiamo che quelli di AOS, come Social Media, si riferiscano principalmente a Twitter, che ha il vantaggio di essere aperto, rispetto a una piattaforma come FB, la quale geolocalizza in ogni caso. Loro hanno anche creato una piattaforma a parte, e per quello vi invito a leggere le loro analisi.
Quattro sono le considerazioni che a faccio a questo punto sui Social Media.
COME SI POSSONO USARE I SOCIAL MEDIA NELLE MANIFESTAZIONI:
Come mostra il video, e come mostrano le considerazioni sottostanti, i Social Media possono essere utilizzati in diversi modi. In molti, durante la manifestazione, hanno avvertito che alcuni dei manifestanti deviavano dal percorso originale, il che denota una situazione di pericolo durante cortei in piazza. Questo avrebbe potuto far rizzare le antenne delle forze dell’ordine (quelle vestite da poliziotti) se solo avessero sfruttato uno strumento così potente. Oltre a questo, AOS pone l’attenzione sull’utilità dei SM in caso di situazioni di pericolo, come esplosioni e fumogeni, che possono essere immediatamente localizzate e quindi, nel migliore del mondi possibile, immediatamente risolte.
SOCIAL MEDIA E INFORMAZIONE
Eccolo, l’eterno dilemma – anche se a onor del vero, c’è gente che ancora deve digerire il “web” e l’online. In Uk, il Guardian, da sempre attento all’interazione tra media online e citizen journalism (blog, twitterate e quant’altro), ha di recente aperto una nuova “stanza” con le open news, nella quale i principali reporter twitterano notizie. E’ in fase sperimentale, quindi significa che col tempo migliorerà: verranno coinvolte nuove voci, il flusso delle informazioni verrà tematizzato e gestito meglio.
E in Italia?
Le manifestazioni dello scorso sabato denotano quanto noi italiani facciamo affidamento su di una informazione che dovrebbe essere solo laterale, quella dei social media. Come mostra questo grafico su come l’informazione ha coperto la morte di Bin Laden in US, Twitter e Facebook forniscono informazioni sull’umore, ovvero su come una notizia viene recepita; i blog, invece, fanno opinione. I canali mainstream fanno notizia.
Il Guardian ha trovato per il momento un equilibrio: sfruttare il mezzo Twitter e riportare le voci di alcuni reporter. Non citizens, ma journalists
La verità è che se stiamo ad analizzare i fatti, abbiamo che la maggior parte dei nostril giornali copre un partito, facendo opionione, come se che fossero tutti blog (ovvio che non sto a parlare degli editoriali). Il perché di questo, lo sappiamo bene. Mi ha detto un giornalista del NUJ, il principale sindacato dei giornalisti qui in UK, che il modo “sensazionalistico” di fare informazione delle testate di Murdoch ha cambiato radicalmente il modo di fare informazione degli altri, di riflesso. Il che, ovviamente, è successo anche nell’Italia di Berlusconi: i titoli di giornale vistosi, l’assenza di sobrietà, l’eterno clima da bar, l’assenza di un tg nazionale che non sia una pagliacciata. Tutto questo ha portato il cittadino medio (istruito o non istruito) a riporre una fiducia esagerata nei particolarismi e non più nelle istituzioni, in ogni settore: leggo il blog della firma del tale giornale, ma non il giornale stesso; mi fido solo di ciò che conosco e non dell’istituzione che sta dietro. Mi fido della twitterata a opera del mio amico, e non della news su Repubblica.it. Sono sicura di non parlare per la maggior parte del paese. Non voglio comunque definire questa parte con tag quali giovani, sm addicted, blogger e militanti sul web.
IL POTERE DEI SOCIAL MEDIA, DI RIFLESSO
La verità è che se non ci fossero stati i Social Media, sia twitter, ma questa volta anche FB, la manifestazione non sarebbe stata recepita positivamente come in verità lo è stato. Diffusione di vignette (come quella di Marilungo, foto copertina di questo post), diffusione di video, finto – inchieste (chi è quell’uomo con gli occhiali vicino ai black block?), di battute. Ricordano un po’ il clima dello scorso referendum sull’acqua, o sulle elezioni di Pisapia. Nessuno ha messo in dubbio che vi fosse una maggior parte di manifestanti che appoggiava pacificamente la ratio dietro Occupy Wallstreet (e a questo proposito, consiglio le parole sull’utopia di Scalfari, nell’editoriale della scorsa domenica).
PIAZZA O NON PIAZZA, PIAZZA PULITA
Infine. Visto che siamo dei fascisti e dei brigatisti, che si scelga un’altra modalità di protesta, diversa dalla piazza. I social media ce lo permettono – così dice lo studio di Aos. Così ha mi ha detto un amico intelligente. Quindi, pensiamoci; ma non arrendiamoci ancora.
Per il momento, da Londra, è tutto.
O.M.
Alessandro Grazian è un cantautore padovano affermato sebbene di nicchia. Cura interamente la produzione dei suoi album, seleziona i musicisti, scrive la musica, gli arrangiamenti e le parole. Nessuna delle cose che fa è improvvisata, se non le battute, che non fanno ridere (“Dopo Shakespeare, solo Morrissey”, nel generale silenzio degli astanti) ma che ce lo rendono simpatico.
Lo si vede aggirarsi per i locali padovani, a caccia di umanità da contemplare, possibile ispirazione per storie future.
Dopo 5 mesi di pausa dai live, suona il 14 gennaio alla Mela di Newton (tessera Arci), proponendo il suo vecchio repertorio (L’abito l’ultimo album, ascoltabile qui) e qualcosa di nuovo.
Prima di tutto perché, dopo 5 anni di tour continuativo, hai deciso di fermarti?
Mi sono bloccato per mettere a fuoco il mio percorso. Dopo 5 anni di live ininterrotti ho provato la sensazione di aver fatto un giro di boa, ovvero ho temuto che quello che stavo facendo non fosse più creazione, ma un mestiere.
E a che cosa ti sono serviti questi mesi?
In primis ho focalizzato la mia energia su un’altra forma d’arte, la pittura. Ho realizzato dei ritratti prendendo i personaggi della musica italiana indipendente. Ho esposto il ciclo a Faenza e adesso lo esporrò a Milano. La pittura, a differenza della musica, si esaurisce quando hai finito l’opera; la musica invece ha un continuo dialogo col pubblico, ha un interlocutore. Io creo, produco ed eseguo i miei pezzi, la pittura non prevede rimaneggiamenti, è un’ opera conclusa. E’ un’espressività più da dietro le quinte.
Parlaci dei tuoi album. Sono tre, no?
Sì. Il primo è Caduto, uscito nel 2005. Ci ho messo un po’ per pubblicarlo perché non è stato semplice trovare un’etichetta. E’ un disco acustico, intimistico, autoreferenziale. Pochi strumenti e una dimensione scarna. Il secondo, Indossai, uscito nel 2008, è molto più corale, musicalmente articolato, anche da un punto di vista degli arrangiamenti. Volevo costruire e riprodurre l’orchesrta e gli arrangiamenti anni 60. Per questo album ci sono state 100 date.
Fino all’ultimo, L’abito, che sin dal titolo è in correlazione col precedente, Indossai.
Sì, sono 5 canzoni che presentano situazioni non di gioia, temi complessi: la dipendenza, il tradimento, la follia.
Hanno paragonato i tuoi testi a poeti come Gozzano e Montale, fino a che punto senti appropriate queste referenze?
Mah, diciamo che se ci sono dei riferimenti sono involontari. Io scelgo le parole in base sì, al loro significato e anche alla loro musicalità. Sono stato paragonato a Gozzano per una rima figli/stoviglie, ma in verità sono parole di cui mi sono servito come mezzo per esprimermi.
Un cantautorato studiato, di nicchia il tuo?
Spesso sono stato tacciato di un atteggiamento intellettuale e polveroso. Come uno di quelli che se la tirano o che necessariamente devono aver letto un milione di libri. Io leggo, a me piace leggere, ma questo non c’entra. Non cito per citare.
Testi malinconici, toni cupi
Devo dire che a me piacciono certi ascolti un po’ cupi, come The end di Nico, armonium voce e rumore. Immaginari crepuscolari. Mi piacciono i testi che non svelano troppo.
In questo senso, forse, più che da un punto di vista referenziale, ti avvicini alla poesia: la pregnanza della parola, la scelta della musicalità, l’occasione non svelata (Montale).
Sì ma non in un senso che i miei testi debbano essere aulici. Diciamo che le mie canzoni non hanno la leggerezza della pop music commerciale.
E a proposito di commerci, qual è il tuo rapporto con i soldi? L’arte e la sua vendibilità?
Onestamente ho difficoltà. Mi sono trovato nel mondo del’arte, diciamo, e ho avuto un brutto rapporto col denaro. Dagli albori, c’è sempre stata una dimensione legata al denaro. Io non lo vivo bene: in Italia non ci sono soldi per la cultura né per le istituzioni, né per il pubblico. La gente mi chiede se posso suonare gratis, e se chiedo un rimborso spese mi si dice: “Ma come, pensavo lo facessi per l’arte”. Inoltre, attualmente il mercato discografico è in un momento faticoso, i dischi non si comprano più. Ho come l’impressione che solo se hai le spalle coperte o santi in paradiso tu possa fare questo mestiere. Io stesso lavoro part time come grafico.
Il punto è che così si disincentiva la creatività, lo studio, l’espressione di qualcosa di onestamente valido come quello che produci tu. L’arte ha bisogno di tempo.
Esatto. Infatti ho sempre accompagnato la mia attività con un lavoro part time per poter comunque continuare a studiare e lavorare ai miei progetti.
La tua musica ha un fine politico?
Dipende da cosa intendiamo per politica. Io non faccio propaganda e non mi piace la musica politica. La mia musica ha comunque una funzione comunicativo –riflessiva. In incensatevi (L’abito ndr), c’è un linguaggio indiretto, ci sono due parti, io ce l’ho con qualcuno e non rivelo chi. Se vogliamo ecco, la mia è una politica dell’animo.
Non mi dirai vero con chi ce l’hai?
No.
Nemmeno nell’orecchio?
No.
O.M.
Kaori è morta
perché mangiava poco poco. Così dicono le cronache: maledetti anni 90.
Fare soldi è un duetto di djs furlani, di due giovani adulti (dicono sopra i 30, ma io non ci credo, la verità è che hanno 26 anni) simpatici, conosciuti dopo una loro performance al Fishmarket, a Padova.
Il duo di djs definisce il proprio genere come disco Frico. Ora, la domanda è: che cos’è il frico. Il frico è un tipico piatto friulano fatto con patate e formaggio tutto spiattellato in padella con oli e burri. Cioè na roba pesante eh, buona, ma pesante. Niente che vada di moda insomma, non il sushi servito in uno di quei locali tutto bianco igienico dall’arredamento minimal. Cioè un po’ come il metrosexual versus l’uomo che deve puzzare. A noi piacciono gli uomini che puzzano e che hanno la panza. Beh, sì, con le spalle larghe pure. Niente che potesse andare di moda 10 anni fa, quando la coppia pumpampim Luka e Pasta si è costituita. Adesso la roba grassa può andare pure di moda: l’importante è che le patate siano colte novelle che il formaggio sia montasio dop e che siano prodotti a km zero, che le mucche che hanno prodotto il latte che è servito per fare il formaggio ascoltino musica classica e mangino erba medica a sua volta garantita. Insomma che ci sia una ricerca dietro a tutto quel colesterolo. Grasso e basta non se po’ fa: è banale, quasi patologico.
Pensate che questa tendenza alla territorialità ormai è diffusa anche presso gli spacciatori. Un giorno uno mi ha detto “quest’erba è cresciuta alle pendici di un monte, devi provarla” . Roba garantita.
In ogni caso il Friuli ha ottimi vini.
Che cos’è la disco frico
La parola dell’esperto (friulano)
Intervisto l’esperto del Fishmarket, Alessandro Miconi, mio punto di riferimento per what’s cool, ma, in ispecie, per what was cool. E’ un saggio. Tutti abbiamo bisogno di saggi per via dei corsi e i ricorsi storici. Mi dice che, contrariamente alle tendenze minimal in auge in questi momenti, la Frico disco esprime il contrario. Cioè? Il grasso. E che cos’è il grasso nella musica? Il groove. Effettivamente la minimal è di una noia mortale. Ci ricorda quelle estati passate a giocare con la pianola che non sapevamo suonare, a tapparci le orecchie vicendevolmente e a scoprire che, in realtà, tempo speso meglio sarebbe stato limonare.
Split
Nella fattispecie, il tutto si traduce con un mix di suoni miscelati: tutto lo scibile della musica pop condita con fonduta di formaggio, in chiave pop electro funk. Li volete sentire? Myspace
Ciao Fare Soldi, quanti anni avete?
Quanti ce ne dai (rispondono alla domanda con una domanda, sono scaltri e l’intervista va a puttane)
Mille. Orientativamente mille. Ok, 26 (penso in realtà 28, ma la regola è dire sempre 2 anni in meno di quel che si pensa)
Ne abbiamo solo cento. In verità più di 30. Abbiamo cominciato più di 10 anni fa.
Numeri numeri numeri. E fate qualcosa oltre a musica frico che vi ho chiesto cos’è ma ho scoperto che lo so già perché me l’ha detto l’esperto?
Abbiamo un’etichetta. Riot maker. www.riotmaker.net
Ho visto che girate il mondo: Parigi Bruxelles?
La prossima settimana siamo a Bruxelles, venerdì 19.
Sapete che anche io la settimana prossima sono a Bruxelles?
Potresti venire a intervistarci e a farci le stesse domande. Noi ti risponderemmo alla stessa maniera.
Potremmo ripeterlo all’infinito
All’infinito.
Certo sarebbe bellissimo, non sapete quanto. Perché vi chiamate Fare Soldi?
Quando abbiamo cominciato, 10 anni fa, tutta la musica era commerciale. Insomma non vi era nessuno scopo se non quello di fare soldi. E così, anche noi, un po’ per provocazione…
La vostra hit più nobile, perché più famosa, è Duck Sauce, (sarà anche la più fare soldi?) Quando l’avete partorita?
A Marzo 2009, però in verità ci sono tanti pezzi che abbiamo mixato tempo fa, proponiamo ora e piacciono.
Come sono cool miscelano classici che hanno l’eternità glam del classico (avranno letto Borges?).. beh, insomma, qual è il vostro fine politico?
Conquistare il mondo. Ma che domanda è?
Una domanda che si fa a tutti gli artisti, per capire come vanno le cose. (L’arte è infatti espressione del mondo e dei commerci)
Quindi non votate?
Siamo votati alla buona musica.
Il loro dj set è stato divertente. Light all’inizio, ma bello grasso, una sacher per intenderci, alla fine. Sicché avremmo ballato fino alle 6.
Dite che a Bruxelles mi diranno cosa votano?







