L’origine del nome
C’è stato un tempo, nel lontano tempo del liceo, che in quel linguaggio di ragazzini di una certa zona nella provincia di Verona, cioè in quella particolare enclave linguistica che contraddistingueva una parte del mondo chiamata Legnago centro, si diceva “svapora” per sigaretta – non erano in tutti a dirlo, erano solo i più cool, i mediamente istruiti (mai nessuno proferì quella parola al di fuori delle cerchie liceali).
Ricordo allo stesso modo e con eguale affetto, che l’enclave della vicina Montagnana (bassa padovana, con una muratura medievale interamente conservata) si prendeva gioco di noi legnaghesi per via della tendenza all’antifrasi. Ovvero, dire sempre il contrario di quello che è. “Sei molto femminile” – per dire “sei un uomo” (ovviamente questa tendenza generava incidenti diplomatici ma aumentava tantissimo, se elegantemente utilizzato, il fascino con i padovani).
Io personalmente, bollata al tempo da quelle stesse cerchie di iniziati come “tipa strana”, mai ho fatto uso di tale espressione idiomatica per definire sigaretta. Io dicevo no ai neologismi, preferivo il vintage e il desueto. Raggiunsi livelli altissimi quando cominciai a definire il mio ragazzo “il ragazzetto” – della mia stessa età – o cominciai a dire che stavo “di decenza”. Sì: ero veramente un’idiota, ma ci stava gente messa peggio: all’università la mia compagna di banco, Franca Franzonini, mi chiedeva se avevo un cachet quando aveva le mestruazioni, e parlava di Albione quando si discuteva di Britpop. (I forestierismi, se necessari, non erano assolutamente vietati)
Ma non parliamo di me, cioè non parliamone troppo, parliamo di lei. No, no.
Parliamo invece della felice e lungimirante intuizione di quella cerchia illuminata di ragazzini che individuò, nel vapore, il futuro delle sigarette: le svapò. Le sigarette elettroniche.
L’invettiva (della forma)
Primo. Questi negozi di sigarette elettroniche, situati in zone centralissime di tutte le città in cui l’affitto dei locali è altissimo, sono chiaramente comprati o messi su con del denaro riciclato. Come dimostrarlo? Non so. Forse ho torto, ma io l’ho sempre pensato (e nel bene o nel male questo lo penso più o meno anche di franchising dei ristoranti/pizzerie, a eccezion fatta per Mc). Sono una tipa cospirazionista?
Un mio amico, per esempio, voleva far parte del franchising: ha mandato email, ha telefonato, e non ha ricevuto risposta. Questo non dimostra niente. Ok, ok, ma mi ha seminato il dubbio.
Ma va bene.
Secondo. Se comprate le sigarette sui vari siti, invece di spendere 120 euro, ne spendete molti meno. Non dico per la ricarica, eh, ma dico per le sigarette in sé. Poi le ricariche anche io le comprerei in un negozio autorizzato di denaro riciclato. O volete fare parte della loro comunità di pratica?
L’invettiva (della sostanza)
Io mi aspettavo, come da copione, una serie di articoli, da Vice a Deboscio a ecc, di invettiva e di presa per il culo di queste sigarette elettroniche. Come è giusto che sia, ché è roba da sfigati. Mi aspettavo articoli su “Le sette cose che non potete più fare senza sigarette vere” , “I sette film che non potete più vedere senza le sigarette “, “I sette dischi che non hanno più senso da quando ci sono le sigarette elettroniche” “I sette caffè che non ho più potuto bere” “Le sette effettive ultime sigarette che Zeno Cosini si sarebbe potuto fumare”, “Le sette posizioni di sesso tantrico che non posso più accettare da quando fumo le svaporelle” “ le sette pause sigarette che ho potuto non evitare grazie alle svaporelle” , “Sette luoghi pubblici in in cui potete fumare svaporelle”. Credo sia chiaro il concetto.
E invece. Io. Credo. Che. Tutti. Gli.Scrittori. Adibiti. I. Creativi.Per.Intenderci. Si. Siano.Fumati. le. Svaporelle e quindinonnepossanoparlaremale.Essendo.che.si.tratta.anche.di.una.comunità.di.pratica (come gli alcolisti anonimi, per intenderci).
Le notizie
Giustamente mi segnalano che in Usa i ragazzi si fanno lo spinello con la svaporella. (le canne, le canne: ecco).
La confessione
Poi devo confessarvi un’altra cosa: se qualcuno avesse voluto farmi uno screzio, mentre gestivo le operazioni elettorali lo scorso weekend, altro non avrebbe dovuto fare che entrare in cabina con una sigaretta elettronica. Non avrei saputo come comportarmi. Come dire: è vietato? Avrei detto “ho sentito che ci sono macchine fotografiche dentro quelle cose”, avrei detto per la prima volta “ehi, guarda che io sono una giornalista. Sono informata sui fatti, quelle cose sono fatte per i voti di scambio”.
L’assurdo
C’è sempre un assurdo, in ogni situazione, almeno uno. Conoscendomi, dovreste sapere che sono queste le storie che preferisco (beh, oltre alle 7 effettive sigarette di Zeno Cosini).
C’è gente che non fumava, ma che ha cominciato a fumare le svaporelle, per poi chiedersi: “ehi, ma io perché non ho mai fumato sigarette?” e quindi per passare a fumare sigarette vere. Ve lo giuro.
ps. se qualcuno dei 7 articoli vi ha convinto, mi fate sapere quale? ne scriverò almeno uno.
L’altro giorno mi è capitato di vivere uno di quei documentari di MTV sulla generazione 20 anni.
Un lui e una lei, che erano stati chiamati a recitare (a gratis) per un video, per cui non mi è chiaro chi ne beneficerà, se la comunità tutta o uno o due di quei quarantenni che nemmeno saprebbero lavorare da macdonald se dovessero farlo in HTML – e sì, io saprei fare gli ordini in html, e potrebbe essere il mio prossimo destino.
Non dirò che mi è venuta la tristezza, la tristezza non viene mai a chi osserva il mondo – e a questo proposito, meglio sarebbe stato se il mondo l’avessi visto attraverso la lente di instagram o di una gelatina.
La distanza
Hanno vent’anni, e io ne ho ventotto, che sono solo 8 di più. Li abbiamo portati a girare il video e non voglio cominciare a dire come ero io a 21, o come ero io a 18 anni.
Tutto sommato a 21 anni studiavo a Parigi e a 18 leggevo Goethe, quindi in me e sopra di me c’era il radical chic. Amico fidato dell’antipolitica, quella estetica, e del kitsch, a ben vedere.
mah.
Loro a 21 anni entrambi lavorano ed entrambi coltivano i loro sogni di ragazzi, che non sono i miei. E i miei non me li ricordo, credo di avere piuttosto dei punti fissi.
Non sognano di cambiare il mondo, ma sognano di cavalcarlo, diventando famosi.
Famosi, famosi, famosi.
Lei è carina, ossessionata dall’immagine, ma tutto sommato una lavoratrice. Lavora in uno show-room, sì. Ha una peculiarità, ha fatto un reality, horse factor, sui cavalli, a 18 anni.
Le ho chiesto: “ma tu, nel tuo cv, ce lo metti che hai fatto un reality?”
E lei mi ha detto che in linea di massima non lo mette, che in certi contesti non va, ma che forse in alcuni andrebbe.
Tutto sommato anche io ho fatto le mie cazzate a 18 anni, che non metterei sul mio cv, penso. Le ho chiesto se durante il reality si è innamorata. Mi ha detto di sì. Le ho chiesto se ha limonato. Mi ha detto che tutti hanno limonato. Quindi hai limonato anche tu? sì.
Il paletto fisso, il limonage, collante fra generazioni.
Mi ha detto che è rimasta delusa in amore. E che ha cominciato a scrivere. Io le ho detto che non c’è inizio peggiore, ma così, per fare la saputa. In verità che ne so io. Le ho chiesto se scrive su di un quaderno o su di un blog. Mi ha risposto che scrive al cellulare o sull’ipod, prima di andare a letto. Le ho detto “ma come fai ad avere una visione di insieme?”
Non importa.
Lui è carino, ha una faccia pulita, gli occhi verdi e 20 anni. E’ ancora glabro, magro e alto. E’ un rapper. No, non lo so il suo AKA. Canta. E nel contempo fa il venditore di tablet.
Ma fa il venditore con la peggiore solerzia del mondo. E’ in giro e assolda venditori, chiedendo “Scusa, cerchi lavoro?”; nel contempo coltiva i suoi sogni artistici – che non ho ben chiaro se siano sogni artistici o solo vanitas vanitatum. Più la seconda.
Gli ho chiesto se vuole andare a Xfactor, mi ha detto che no, vuole andare ad Amici. Gli ho chiesto di cantare, ha cantato. Abbiamo fatto un’intervista finta video. Gli ho chiesto com’è la sua donna ideale, mi ha detto che è bionda alta “e con reggiseno”. Gli ho chiesto se la sua ex è bionda, no, non lo è.
Io ho cantato una canzone e mi ha detto “hey ma anche tu dovresti cantare” e io: no.
A pensarci non so se ho visto in loro la fine e l’inizio del mondo, ma credo di averle viste entrambe: la fine perché sono figli di tutta quella cultura dominante. L’inizio perché tutto sommato non sono mica scemi, anzi, sono molto svegli, e fanno tutto. Vendono, lavorano al bar, e chissà che altro.
E soprattutto in loro ho visto l’inizio perché ho capito che mi daranno una pensione. Ce la faranno, a cavalcare il mondo, loro, e a pagare i contributi per farmi invecchiare. Siamo salvi.
the past
Mi era capitata una cosa, nel senso di emozione del genere quando ero all’università. Un ragazzino mi aveva chiamato perché gli scrivessi il tema della maturità. Aveva un sacco di soldi ed era un figlio di papà incredibile. E’ venuto a casa mia di studente con una macchina costosissima, e mi ha detto che non aveva voglia di studiare per il tema, se glielo scrivevo.
Io gli ho detto che non potevo, che era illegale.
mi ha detto che pagava. Io: no.
“vabbè scrivimi almeno i temi di preparazione alla maturità”
“no”
Mi ha detto: “perché?”
io: “Perché tu lo devi sapere chi era Manzoni”
lui: “ma io ti pago, a te che cosa te ne frega”
io: “me ne frega, se tu non sai chi è Manzoni, non potrai capire quello che io scriverò quando diventerò una grande giornalista, o quando vincerò il Nobel per la letteratura. Mi dispiace perché mi costringerai a rendere le cose più semplici, e quindi a ridurre, ridurre, ridurre. Sarà uno sforzo prima di tutto per me. Questo lo dice Leopardi. Lo sai?”
lui: ” No”
io: “e vabbè”
lui:” dai su, non c’è niente che io non posso comprare, dimmi un prezzo”
io: “ti dico di no”
lui: “Lo so perché. E’ perché tu sei una di quelle a cui dà fastidio che ci siano quelli che nella vita comprano tutto e pagano per tutto. E pensi: io ho fatto fatica, io ho studiato e questo ha tutto facile”
io: ” No, non è per quello. A me non me ne frega niente degli altri, io agisco secondo mia coscienza e non ti scrivo i temi. I temi te li scrivi tu, poi io mi annoio.”
E l’emozione è una sensazione di impotenza, di guasto, di distanza.
RETTIFICA:
Vi ricordate che vi ho detto di essere stata alla scorsa edizione della Frieze Art Fair di Londra? Ebbene, mi sono imbattuta in un collettivo d’arte che ha come fine ultimo quello di avvicinare l’arte alla gente. Loro si sono inventati un software che ti permette di suonare una patata (o altre verdure) – guardate il video/intervista lassù (non tradotto).
ll Grizedale arts project, “Colosseum of the consumed” è un programma di performance, legato alla vendita di beni di consumo. Grizedale organization ha la sede in una fattoria, vicino Lake District, nel mezzo della campagna inglese.
Hanno un manifesto interessante, che equivale più o meno a un manifesto di cessazione del postmoderno. Yet, chez eux.
1.Art should be more useful
2.Obvious has become unexpected
3.Constructive working beats deconstructivism hands down
4.Ordinary is the new oscure
4.low impact, high production
6.People like to pay for things they value – it sets a context
7. There is no shock left in shocking
Il progetto con Freize riflette la relazione tra l’arte e il cibo e tra l’arte e la gente (provate a mettere “chiattone/a” invece di arte, non viene carino?) Vorrebbe dimostrare che l’arte può essere utile e può fare del bene. Nella fattispecie alla fiera loro raccolgono soldi per ricostruire un campo da cricket per i cittadini di Coniston.
Dov’è Coniston? Chissà.
Ci sono diversi aspetti interessanti:
1) arte intesa come progetto attivo, collettivo e di produzione (una unità di produzione una unità di produzione una unità di produzione)
2)il riconoscimento da parte delle istituzioni inglesi, come il Frieze, di un progetto simile. Abbiamo in Italia una tale apertura nei confronti di progetti simili? no. Ce li abbiamo i soldi per aprirci? no. Abbiamo Frieze? No. Abbiamo campi da cricket? No. Abbiamo diggei che si vestono da verdure – temo di no.
3) ricongiungimento tra arte e fruitore dell’arte attraverso il cibo o prodotti coltivati dall’artista. Ce l’abbiamo noi? Mah, più o meno. La pastiera di nonna papera, per esempio.
4)Il punto del manifesto che mi piace di più è il 4: Ordinary is the new oscure. Un mava’va’ a tutti quelli che dicono “mah, è banale“. Evviva, evviva.
Il film è uscito la settimana scorsa (26 ottobre 2012), è ha la regia di Bertolucci. Il libro è uscito più tempo fa, è di Niccolò Ammaniti e costa 10 euro (Einaudi). Bertolucci ha letto la storia e ne ha detto “ne faccio un film”. L’ha fatto.
Non saprei dire che cosa è meglio fare, se prima leggere il film o guardarsi il libro. So che fra i due, quello a cui darei la priorità, in assenza di tempo, è guardarsi il film. Perché? perché nel film c’è veramente tutto, e per la verità di più. Il libro aiuta a interpretare alcuni dettagli.
La storia (tra film e libro)
(I linea di massima a me piacciono i film che si svolgono in un solo posto, o meglio, che godono dell’unità di luogo. E anche quelli che godono dell’unità di tempo, un po’ come Carnage, che infatti è molto teatrale. Sì, ho corsivato me stessa)
La storia è quella di un adolescente un tantino disadattato, con le sue paure e le sue voglie di farsi accettare. Uno di quelli che in verità siamo stati tutti – anche i più bulli.
I genitori lo percepiscono asociale, lo psichiatra un narcisista, lui stesso (forse) si vede solo, e si parla allo specchio, guardando il suo corpo in evoluzione.
Un giorno sente dei compagni di classe che partono per Cortina e si mente alla madre, sostenendo di essere stato invitato in settimana bianca dai compagni di classe (il gruppo più integrato) – ecco questo è un punto della trama che è reso diversamente – diversamente da che? eh, appunto.
La madre è felice, piange di gioia “lo psycho funziona” si dice, finalmente nostro figlio ha una vita sociale – yuppie!. Lorenzo Cuni (il ragazzino in questione) non sa come ritrattare la balla. E così ci sguazza dentro, decidendo di soggiornare nella cantina (abitabile) della sua stessa casa durante la settimana bianca.
Si compra le provvigioni per una settimana, in maniera ordinata e compulsiva, freak control: 7 coca cola, 7 scatolette di tonno, 7 carciofini, nutella e pane. La dieta di un campione. (grande mancanza nella dieta di un adolescente: le m&m’s). Organizza la messinscena e si prepara a passare il suo tempo tra playstation e letture fantascientifiche.
A vacanza inoltrata bussa alla porta della cantina Olivia: la sorellastra. Una fotografa, eroinomane, sulla ventina, in cerca di soldi per comperarsi la dose. Cerca nella scatola delle sue cose, che il padre (in comune con Lorenzo) ha messo in cantina. Non trova niente. Se ne va.
Ritorna, e decide di “pulirsi” (disintossicarsi) nella cantina, perché ha in mente di ricongiungersi con il suo amore (che sta con un’altra e che non si metterà mai con lei, perché lei è una drogata).
La fine
La fine nel libro e nel film sono diverse, ma solo apparentemente. Nel libro Olivia muore per overdose, alla stazione di Cividale di Friuli, e a distanza di dieci anni il fratello ne riconoscerà il corpo. Nel film i due si lasciano con una promessa: Lorenzo non si nasconde più, Olivia non si droga più. Nel film non si capisce quale sarà la fine dei due, io posso dire di aver intuito che nessuno dei due mantiene la promessa, e questo perché poco prima di andarsene Olivia compra una dose e la mette in un pacchetto di sigarette. Il fratello prima di andare le dice “non dimenticarti le sigarette”. Invece nel libro è chiaro che chi avrà la meglio, sulla vita, sarà Lorenzo; è un racconto di formazione, con tutti i topos dell’hippy ending – per uno dei due. Ma la promessa fatta è un’altra: lei gli chiede di rivedersi, lui di non drogarsi. E di fatto, loro si rivedono quando lei è cadavere, morta per overdose.
Il film è pieno di piccole differenze, e di parole rese con immagini o con sequenze o con trame diverse. Motivo per cui io li considero insieme una sola opera. Mi piacerebbe descriverle tutte, ma mi sembra più una cosa da critico compulsivo che da blogger simpatica.
Vi dico solo che una cosa che mi piace molto è questa. Nel libro Lorenzo dice di non amare la fine delle storie, ché non hanno poi così tanta importanza. E il film si conclude proprio così, senza una vera fine. Specularmente, Olivia nel libro se ne va senza salutarlo, perché a lei non piacciono gli addii, ma lasciando a Lorenzo un biglietto.
Montale diceva che nella sua poesia (pre Occasioni) non si trattava di ermetismo, ma di chiavi nascoste, di occasioni non svelate. Il libro svela una serie di chiavi di lettura, è un po’ più esegetico, rispetto al film. Non azzerdei a parlare di simboli. Ma magari di metafore multimediali. Qualcosa del genere.
L’attrice, e Olivia
Di tutte le attrici di Bertolucci, e delle sue personagge, è Olivia quella che mi piace di più: sia esteticamente, sia proprio come donna. Da un punto di vista narrativo è il contrario di Lorenzo, una parabola negativa della formazione. Un’antiformazione che finisce nella morte. Ma se consideriamo che tutti moriremo, non si tratta proprio di un’antiformazione, quanto piuttosto di quelle morti precoci con qualcosa di intangibile e superiore. Lei è esistenzialista(nel film), parla di muro. E fotografa.
E’ bella, e forte e debole. Mi piace la resa cinematografica. Una grande simbiosi tra Ammaniti e Bertolucci. O di un’interpretazione ben riuscita (come nella musica, sì).
Le parti più belle
Dunque, senza troppo starne qui a discutere e a spiegare perché, ecco la parte più bella del libro:
“Poi, un giorno, mentre stavo in camera con gli scarponi nuovi ai piedi, lo sguardo mi è finito sullo specchio attaccato all’anta dell’ armadio e ho visto riflesso un ragazzino in mutande, bianchiccio come un verme, con le gambe che sembravano ramoscelli, con quattro peli addosso, con un toracetto e quei ridicoli così rossi ai piedi, e dopo mezzo minuto in cui lo osservavo con la bocca semiaperta gli ho detto: – Ma dove vai?
E il ragazzino nello specchio mi ha risposto con una voce stranamente adulta: – Da nessuna parte.”
E la scena del film, questa, e comunque si vede male: http://www.youtube.com/watch?v=UB-OW6uVZWY&feature=related.
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Sono Olga, ho 29 anni. Giornalista freelance, ho vissuto a Padova dove ho studiato lettere, sono stata in Erasmo a Parigi, alla Sorbona. Sono tornata a Padova e mi sono presa la specialistica in spritz e filologia romanza. Mi hanno preso a Smemoranda dopo la laurea e sono andata a Milano. Mi hanno cacciato da Smemo (coprivo una sostituzione di maternità) e sono andata a Londra, a studiare un master in Computing e Social Media, alla Goldsmiths.
Adesso sono a Milano.
Questo blog si chiama da secoli bananetouringclub, in relazione alla repubblica delle banane, allo stato di bananas. Andavo ancora all’università e vivevo la vita come un romanzo.
Touring perché raccolgo assurdità, finzioni, panico.
Il mio primo post fu questo, su di un altro blog.
http://janesuskind.wordpress.com/2009/09/10/september/
BTC non ha mai avuto nessuna pretesa. Non volevo diventare famosa, non volevo dire al mondo che ero un genio e che avrei scritto post virali. E’ ed è sempre stato un blog, coi suoi lettori affezionati – pochi, ma duri e puri. Uno zoccolo duro affezionato, riconducibile a poche decine di persone.
E’ andato molto bene un paio di anni fa, quando scrivevo post che poi mi pubblicava anche Smemoranda.
Scrivo quando mi va. Ultimamente ho cominciato a riportare gli articoli che pubblico in giro. Ho anche pensato di cambiare il blog, ma in fondo a questo ci sono troppo affezionata, e per il momento resta così.
La mia email è olga.mascolo27 [at] gmail.com





