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La verità è che quando siete quasi arrivati alla fine, girate il libro, guardate l’età dell’autore e pensate: mi sono rotta il cazzo di questi quarantenni che passano il tempo a criticare, esaminare e criticare dal loro predellino. Poi, fortunatamente, arriva l’autoironia e anche lo scrittore quarantenne si guarda dentro, si critica si esamina e si critica: e allora sì, mi piace.
Lo stagista “La rivoluzione è una roba da fichetti, la lotta è da tamarri e l’utopia è una commessa in centro”.
L’artista: ” L’artista vive a Berlino – ma potrebbe essere a New York- e tende spesso a sottolineare la mancanza di motivi che lo spingono a tornare nella terra natia. (…)E’ un autodidatta che si è costruito solide basi teoriche ordinando su Amazon il kit, formato pacco regalo, dell’artista contemporaneo”.
Il tamarro consapevole: “E’ uno dei pochi che non ha subito il ruolo che la società gli ha imposto, l’ha scelto e non senza fatica”.
L’intellettuale di destra: “il nostro ha installato l’applicazione “Il Revisionista” che gli cancella automaticamente da sms e mail parole che per distrazione può aver digitato, come “rivoluzione”, “lotta” e “utopia”".
La modella: “Sa benissimo che rivelarsi come intellettuale metterebbe in difficioltà il suo ruolo di modella, pregiudicando così quella strana forma di casting che è la vita”.
Il dj: “Dopo la manodopera specializzata e gli addetti alla ristorazione, il terzo flusso migratorio più consistente dall’Italia alla Germania è rappresentato dai dj.”
La giornalista: “Il suo prossimo obiettivo professionale è essere arrestata per reato d’opinione, o almeno per vilipendio, ma non sarà facile, c’è troppa concorrenza”
La cameriera: “Il nostro filosofo, quello che al party non verrà, la conosce bene, essendo un frequentatore assiduo di locali di tendenza. Proprio in questi giorni è uscito in libreria il suo ultimo saggio breve dal titolo Cameriera per eccesso, ovvero come l’eccesso di stimoli che la contemporaneità offre costringa a procrastinare il futuro fino a un’idea di futuro assoluto non realizzato che la cameriera incarna alla perfezione. Segue lunga intervista alla nostra e inserto fotografico con decine di scarti osé.”
L’autrice televisiva: “E’ stata, nell’arco di un mese, neohippie, glam, dark lady, fetish e finiana”.
Il ricercatore universitario: ” Gli hanno detto che l’Italia è un paese per vecchi, e si è adeguato: è invecchiato”
Il critico musicale: ” Musica è uguale a giovinezza. Un’equazione che si porta dietro il ricordo di scopate sull’erba, pompini dietro l’angolo, promiscuità sudaticce”
Lo scrittore: “Sarebbe giusto chiamarlo “il giovane scrittore”, come fanno tutti. Anche se ha quasi quarant’anni, non ha ancora pubblicato quasi nulla a parte qualche racconto pubblicato su internet con cui si è guadagnato l’imperituro grado di giovane scrittore”
COMMENTO
Il barbecue dei panda”, di Giovanni Robertini, edito Agenzia X, 12 euro, è una sorta di bestiario dei nostri tempi, in cui vengono descritti, uno a uno, i personaggi che compongono l’équipe del lavoro culturale: lo stagista, l’artista, l’intellettuale di destra, l’intellettuale cool, il dj, il giornalista, l’autrice tv e tanti altri. L’aspetto più divertente è che ogni singolo personaggio viene descritto e correlato agli altri con un collante quanto più azzeccato: il party di chiusura di una casa editrice. Uno di quegli eventi a cui nessun creativo può mancare.
Quindi, chiamamola pure descrizione fenomenologica del party cool. La narrazione ricorda, un po’, sì, il bestiario contemporaneo, che vede le voci più autorevoli in Borges o Buzzati, ma sembra anche una variazione su tema. E si conclude con un racconto sui Panda, mangiatori di bambù, allegoria dell’intero settore impiegatizio culturale, all’interno del quale la “guida” spirituale, cioè, sì, una sorta di Bibbia, sono i testi di David Forster Wallace.
La lettura è piacevole e terribilmente urbana: per gli affezionati alla misura del capitoletto – quelli che non riesco a smettere di leggere se non ho concluso l’unità narrativa – è la lettura ideale per i viaggi in metropolitana.
Le descrizioni sono ben scritte, e sembra l’occhio dell’entomologo a curarne la stesura, cioè un occhio esterno, finché lo scrittore, che naturalmente partecipa al party, non si rivela per quello che è: l’osservatore e lo scrittore stesso del libro.
E’ proprio in quel momento che comincia il racconto sui panda, che si snoda attorno al suicidio di Wally, uno dei panda leopardiani che si fa tante, troppe domande, soprattutto sull’alimentazione, finché non decide di suicidarsi perché non riesce ad affrontare l’idea di doversi cibare della carne, di dover rinunciare al bambù per nutrirsi dell’hamburger. C’è sicuramente un’allegoria dietro al suicidio di Wally e si potrebbe osare qualunque cosa, purché lo si faccia in chiave assurda e postmoderna: vogliamo pensare a Wally come a una figura cristologica? Vogliamo pensarlo come a un’illusione, delusa nel suicidio? Vogliamo pensare che sia l’ultimo vero addetto al lavoro culturale, che rifiuta di svendersi, che rifiuta l’estetica del party e del marketing e del fastfood, che rifiuta la massa e si toglie la vita?
Ma sì, tutto è possibile.
Se non esistessero i messaggi, le mail, FB, le chat, io sarei una donna fottuta. Così come le lenti a contatto, questi mezzi di comunicazione mi hanno sempre consentito di avere una vita sociale: fidanzati, amici, coniglietti sono tutte conquiste conseguite per mezzo dello scritto. Non avrei mai avuto tutto questo se avessi solo parlato. Scrivere ti dà modo di immaginare e di darti tutte le chance che ritieni: rivivere, ricreare- e non “forse se avessi detto questo, ma se avessi detto così… no no no ho sbagliato tutto: mando un sms”
Questo perché in fondo io non so mai cosa dire al momento giusto; a volte diretta, a volte fuori luogo, a volte criptica: il più delle volte la gente mi guarda con una faccia tra lo stranito e il biasimo alla Jessica Fletcher quando scopre l’assassino e in un certo senso, comprende il movente.
La pedana
Ero in discoteca, ballavo su una pedana. La pedana era una palco e la discoteca era in verità un circolo. La pedana era un palchetto di cemento sopraelevato di 50 cm, la discoteca un circolo associativo, ok: un circolo associativo vagamente underground dall’arredamento eclettico e la fauna indiefag un po’ erasma, un po’ facciamosessocheimportachefacciahaiechiseichissachesaradinoiloscopriremosolovivendo– insomma il Fishmarket.
Un tipo passa, con la foggia di un macellaio ungherese mi taglia la strada e mi fa cadere nel baratro dei piani bassi. Io mi sento affrontata, dico al mio amico: “Hai visto? Adesso mi sente!”
Il mio amico mi guarda come se gli avessi detto che sono lesbica: non capisce un cazzo.
Busso alle spalle del tipo, il tipo si gira, mi guarda e aspetta. Io non so che dire. Goffamente gli dico: “ Tu… non puoi impedirmi di frequentare l’area della pedana”
Lui mi guarda come se fossi una menomata mentale. Dice: “Quale pedana?” Io cercando vanamente di sembrare incazzata rispondo: “quella pedana. Il palco. Lo spazio sopraelevato: mi hai spinto giù” lui: “Ah, ok scusa. Scusami davvero” Io dico: “ok”
Sta per dire qualcos’altro ma io vado dal mio amico e dico: “Gliele ho suonate: gli ho detto che non ha il diritto di non farmi frequentare la pedana” Il mio amico mi fissa, ed è fisso, come una statua, per lo stupore.
Le torture
Un’altra volta sono andata in un locale dall’aspetto finto medievale: uno di quei posti con le mura, le tavole di legno, tanto spazio. Parlavo coi gestori, e ciascuno diceva una cosa: “potremmo mettere delle danzatrici del ventre medievali” (tra me e me: che cazzo di differenza c’è tra medievale, o moderno o antico, se è del ventre?) “potremmo mettere una ghigliottina” “ la ghigliottina è di epoca moderna” puntualizziamo, “potremmo mettere una gogna” tutti entusiasti , tutti compiaciuti delle loro idee, “potremmo mettere un ponte levatoio”, grida di giubilo,“potremmo mettere dei cavalli” io ad un certo punto “mettete una stanza delle torture”.
Silenzio. L’entusiasmo si spegne,biasimo.
Un dj
U n giorno stavo parlando con un dj di diete. Tipo simpatico, soprattutto perché non sembra badare veramente a ciò che dico, è evidente che ha avuto contatto con casi umani ben più gravi del mio. Quindi mi sento sempre a mio agio. A volte mi fissa con incertezza, ma ho scoperto che è miope e che non mette gli occhiali perché non è più un ragazzino.
Io:Vuoi un pezzo di pizza?”
Lui:“No, non mangio lieviti, mi devo tenere in forma per i pranzi e cene di nozze a cui vado di continuo”
Io:“Ah. Ma stai bevendo una birra”
Lui:“Beh ma è piccola”
“Sì certo” dico “Se ci pensi l’alcol della birra poi è uno zucchero. Tutto quadra:lo zucchero nutre i lieviti. Per quello, quando hai la candida non puoi mangiare zuccheri, cioccolato, alcol. Perché la candida è un lievito.”
La candida.

